The Strokes: il disco più brutto del decennio

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Due anni fa ne decretavamo la fine (del fenomeno soprattutto) – leggi – e proprio in quel periodo la formazione newyorchese piantava già le basi per il quinto album, lavoro poi confermato nell’aprile dello scorso anno da Nikolai Fraiture, che aggiungeva dettagli sulla produzione (Gus Oberg) e sugli studi (Electric Lady Studios). Il seguito dell’atroce ‘Angles’, come tutti ormai sanno, si chiama ‘Comedown Machine’ e viene pubblicato il 26 marzo via RCA. Proprio in queste ore il disco viene reso disponibile in streaming su alcuni siti/portali dopo i due anticipi ‘One Way Trigger’ e ‘All The Time’ che non avevano fatto sperare nulla di buono ma anzi molto di tragico. A cuor leggero e con la voglia di ricrederci clicchiamo decisi su “download”, un breve tempo d’attesa ed il gioco è fatto, matita alla mano e foglio bianco a segnalare eventuali circoletti rossi da apporre come monili preziosi intorno al collo delle canzoni. Ma nei quasi quaranta minuti che intercorrono tra ‘Tap Out’ e ‘Call It Fate Call It Karma’ c’è solo tanto imbarazzo, tanta incredulità, per un album di raro impaccio, sinceramente osceno, che corre dritto a prendersi il titolo di “disco più brutto del decennio”, superando di molto alcune pietre miliari in stile razzies che hanno ammorbato l’aria nei due lustri passati (la lista è lunga). Tornando indietro di una dozzina d’anni e confrontando il debutto, ‘Comedown Machione’ sembra figlio adottivo di una band amatoriale agli esordi che prenderebbe una stroncatura epocale ovunque se alla voce “Artista” non ci fosse scritto The Strokes. Del resto il flop clamoroso di tutti i progetti solisti dei singoli membri è stato un chiaro sintomo di manifesta inferiorità che oggi viene incredibilmente confermato. Non credendo ancora a quanto appena ascoltato pigio nuovamente il tasto PLAY. L’effetto non cambia. Oggi le trasmissioni di casa Strokes terminano qui. A non rivederci mai più.