The Strokes. Ascesa e fine di un fenomeno.

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Certo c’eravamo anche noi durante la fine di quell’agosto 2001. Sono passati dieci anni (o poco meno) e sembra trascorsa una vita. Almeno la mia. C’ero anche io quando uscì il debutto di quella che fino ad allora era solo una band di giovani figli d’arte e di papà, di cui dall’inizio di quell’anno si diceva un gran bene per via dell’EP di debutto ‘The Modern Age’ (con la copertina a “vinile”) pubblicato in Inghilterra dalla Rough Trade. Così tanto bene che uscì negli Stati Uniti solo sei mesi dopo (maggio 2001) alla fine di una delle più aspre guerre tra label che la storia recente del rock ricordi. La corsa all’accaparramento della nuova next big thing era già cominciata e probabilmente già finita. Il tam tam mediatico-specializzato, l’hype dannoso e contagioso si propagò ben presto ovunque, compresi i salotti buoni del music business, comprese le stanze disordinate dell’inteligencia giornalistica. Gli Strokes stavano per irrompere a loro modo nel nuovo millennio, mentre la storia di lì a poco sarebbe per sempre cambiata, l’11 settembre aspettava silenzioso dietro l’angolo.

Quel giorno il mio telefono impazzì. Il mio computer impazzì. Il mio stomaco impazzì. Davanti alle immagini indelebili di un vero inferno di cristallo all’ora di pranzo. C’ero anche io quando ‘Last Nite’ (secondo singolo dopo ‘Hard To Explain’) non faceva altro che girare nel lettore, impallare l’illegalissimo Napster, aprire nuovi orizzonti musicali. Le Torri Gemelle portavano via a rimorchio sogni e speranze, chiudevano porte e tagliavano progetti a medio termine, eliminavano per “rispetto” ogni riferimento alla tragedia come ‘New York City Cops’ che nell’edizione americana di ‘Is This It’ venne sostituita da ‘When It Started’. Eccolo allora ‘Is This It’, il break degli anni 2000, il vento più fresco, la nuova New York, il disco riferimento per quello che di lì a poco sarà per tutti l’INDIE ROCK. La generazione nata alla fine degli anni ’80 venne nutrita e cresciuta con questa pietra miliare. In un sol colpo i capelli arruffati, le Converse lise, le giacche risicate, i bei visini “curati” da un’infanzia agiata degli Strokes diventarono soggetti da copertina. Quella del disco invece oggetto della solita campagna moralista e ipocrita dei controversi Stati Uniti d’America. La mano con guanto nero appoggiata in posa sexy su quel culo levigato, rimane ancora oggi una delle immagini simbolo del periodo, realizzata dal fotografo Colin Lane che utilizzò come modella la sua ragazza, ispirandosi all’arte di Helmut Newton.

Gli Strokes salirono fino alla cima. Il motivo dell’improvvisa saetta nel cielo musicale, oltre che dettato da tutti questi elementi fin qui raccontati, è da ricercarsi certamente nel lavoro cristallino realizzato in studio da Gordon Raphael (qualcuno forse se lo ricorda come tastierista in epoca grunge degli Sky Cries Mary) capace di realizzare un agglomerato breve ed intenso di quel “già sentito” che è alla base dell’appeal dell’album. Per questo il produttore non riuscirà mai più a raggiungere cotanta sapienza artigiana, segno che ‘Is This It’ è opera insuperabile uscita nella città (in)giusta al momento (in)giusto, avida creatura che si nutre di un background stra-conosciuto, dichiarato in parte dagli stessi musicisti, posizionato ad arte tra le mura insonorizzate dello studio di registrazione. Television, Velvet Underground, The Cars (non sapete quanto!), Talking Heads, Patti Smith, Buddy Holly, John Lennon, gli eroi di una “grande mela” che rivivono e ridanno lustro ad una città fino ad allora e contemporaneamente ad allora assopita e poi colpita a morte. Il tutto torna musicale che si fonde a meraviglia con quei brani di rara melodia catchy, di raro fascino trendy, di rara nostalgia retrò. ‘Is This It’ è tutto questo. Gli Strokes loro malgrado genereranno in breve tempo epigoni, copie, plagi, ruffiani estimatori e la “piaga” si estenderà velocemente – purtroppo e soprattutto – anche in UK. L’epicentro del male diventa la terra d’Albione. Dieci anni dopo il ciclostilo dall’originale Strokes non smette infatti di produrre carta straccia.

Gli Strokes pian piano, come tutti i successi improvvisi ed accelerati, cominciarono la loro discesa. Il non disprezzabile ‘Room On Fire’ non fece altro che alimentare e stabilizzare la fama all over the world, anche se ad analizzarlo (bene) dopo otto anni la distanza col suo predecessore è imbarazzante, privo come è inevitabilmente di quell’urgenza che aveva squarciato la luce al debutto. Poi il monco ‘First Impressions Of Earth’, brutto e mal riuscito, datato 2006, anni luce (appare) da quel 2001 che aveva cambiato la famosa storia. I conseguenti, inutili, scialbi progetti solisti (Albert Hammond Jr., Little Joy, Nickel Eye, Julian Casablancas) testimonia(ro)no e consolida(ro)no la raggiunta tappa al capolinea. Dieci anni dopo gli Strokes ci riprovano. Qualche mese prima di ‘Angles’ ci tengono ad annunciare come il quarto album sia un deciso ritorno alle origini. Ma già dalla copertina, che vuole essere in linea con le sonorità di quella New York ormai uscitagli dalle tasche, si capisce che l’aria è cambiata. Che la storia non ha più voglia di cambiare ancora una volta per loro, che un fenomeno non può più essere tale se non ha il coraggio di rinnovarsi, di evolversi, di sperimentare, di stupire ad ogni giro di ruota. ‘Angles’ è album senza spina dorsale, scialbo, condito da motivetti che potrebbero scorrere nelle vene di quelle centinaia di band frocette che ancora oggi sgorgano dall’Inghilterra ottusa senza soluzione di continuità. ‘Is This It’ che nel frattempo è diventato platino in USA meno di due mesi fa, sembra appartenere ad un’altra epoca, ad un’altra vita. La mia.

Emanuele Tamagnini

3 COMMENTS

  1. A parte la musica di merda (della quale posso facilmente fare a meno) non gli perdonerò mai e dico MAI di aver contribuito alla diffusione di un sociotipo che, nella personale classifica dei “diprezzati”, staziona stabilmente nella top five… I FRANGETTATI!!!!!

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