The Strange Flowers @ Sinister Noise Club [Roma, 27/Dicembre/2007]

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Una delle ultime sortite dell’anno conduce le nostre fredde ossa in un mini tour al sapor caffè imbottigliato (senza dubbio caldo in partenza) tra le strade semi-deserte del quartiere Testaccio. Giorni di festa. Di ferie retribuite. Di vacanze non annunciate. Di lune decrescenti. Di parcheggiatori disoccupati e sempre più avidi. Di ausiliari splendenti come lucciole. Di anime artistiche. Aguirre è in forma. Nella sua stilosa bag a righe azzurre ripone un po’ di tutto. Anche la pazienza. La prima tappa è in un fosco padiglione dell’ex Mattatoio dove sta andando in scena la tre giorni Chill Out Design (“Sound Visual Graphic Exhibit Light”). Stand amici. Musica elettronica che rompe il silenzio tutt’attorno. Freddo glaciale. Bagni chimici. Buio. Qualche vecchio van che nasconde chissà quale storia. Quattro chiacchiere. La foto di rito del caro compagno di viaggio a segnare il territorio come un cane da caccia estrema.

Qualche centinaio di metri più in là c’è il Sinister Noise Club che accoglie una serata dal sapor garagico derivativo. I Cat Loose in apertura – progetto acustico dei Cat Claws – e a seguire i Milk White quartetto di recente conio guidato dalla cantante/chitarrista Erika a ripercorrere (e ricalcare) territori sonori battuti dai Kills della fascinosa Alison Mosshart. Breve set di discreto interesse anche se davvero troppo riflessa appare l’ombra di quel garage ibridato e minimale fiorito sul finire degli anni ’90 in sobborghi rumorosi e sudici della periferia americana.

Headliner della serata sono i pisani The Strange Flowers, quartetto attivo da ben vent’anni, alla prima data del loro tour che li porterà nel Sud dell’Italia e a supporto del quarto album ‘Aeroplanes In The Backyard’. Vengono immersi in proiezioni psichedeliche che rendono l’atmosfera ancor più vintage delle loro chitarre. L’inizio è davvero ottimo (che termini compassati sto usando?), tirato, concessioni alle presentazioni nessuna, marcatamente british, come se i vecchi Creation si fossero reincarnati nei dimenticati cari Thee Hypnotics. Poi pian piano il sound si sposta su territori più power country pop, la costa Ovest americana lancia segnali alla band, l’ago della bilancia tende a perdere. Risollevato a breve giro da una pseudo ballad con un finale diluito e in crescendo che coinvolge i presenti. I troppi siparietti del cantante/chitarrista – alcuni simpatici, altri meno, altri ancora a spiegare ogni brano, una corda rotta, ai quali si aggiunge il basso tumefatto e sostituito – non aiutano certo a far decollare del tutto la performance. Che sul finire annoia e cancella quasi del tutto quell’inizio così selvaggiamente psych. Impeccabili tecnicamente. Puliti. Grande esperienza. Ma a volte, forse, non basta.

Emanuele Tamagnini

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