The Stone Roses @ Ippodromo [Milano, 17/Luglio/2012]

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Questo live report non è oggettivo. Cosa sono tre mesi e mezzo di attesa in confronto a chi aspetta da più di quindici anni? Chi sono io, giovane appassionato di musica, rispetto a chi attende e confida da una vita nel ritorno degli Stone Roses, il gruppo che nella sua breve e sfortunata attività ha regalato una serie di gemme di valore inestimabile oltre a scrivere uno dei dischi più belli e importanti della storia del pop-rock inglese? Queste domande esistenziali iniziano a frullare nella mia testa al mio arrivo a Milano alle 14 con il nuovo “Italo”. Il grande entusiasmo e dell’eccessivo zelo mi conducono all’Ippodromo di San Siro alle 18, un’ora prima dell’apertura delle porte. Con mia enorme sorpresa non ci sono resse di sorta, a dire il vero sono ancora pochissime le persone accorse al luogo del concerto. Scartati i vari promoter degli innumerevoli sponsor del concerto, intorno alle 19.20, già massacrato dalle zanzare, supero le ultime transenne e aspetto Mick Jones & the Justice Tonight Band. Un’ ora e mezza più tardi ecco salire sul palco la leggenda del punk inglese e i suoi nuovi compagni di band, di cui fanno parte per l’occasione anche Pete Wylie & The Farm. Lo show è all’insegna del’intrattenimento;­ Jones propone una manciata di super-classici dei Clash (che a ben vedere non suona dal vivo dagli anni ’80), l’ancora sparuto pubblico accoglie alla grande la scelta della setlist e canta tutti gli evergreen dei mitici Clash. Lo spettacolo si chiude in una mezz’ora, decisamente una gradevole apertura per la serata.

Mentre l’Ippodromo si popola di un numero di persone più consono alla fama e al merito dei Roses, realizzo che una sostanziosa parte del pubblico è di nazionalità inglese; alcuni dei quali, restati a bocca asciutta a causa del rapidissimo sold-out delle date britanniche, hanno ripegato su Milano per vedersi almeno una data di questo glorioso ritorno (questo per capire quanto gli Stone Roses siano ‘enormi’ in patria). ‘I Wanna be Adored’, eccola l’attesa apertura, e urlo a squarciagola quelle parole che pensavo di poter ascoltare sul disco. Eccoli davanti a me: Brown & Mani & Squire & Reni. Cazzo, sto guardando gli Stone Roses. E mi vengono in mente i primi ascolti distratti, il folle innamoramento per il loro omonimo masterpiece, la scoperta di tutti i singoli, la mia sorpresa all’ascolto del discusso ‘Second Coming’, riscoperto col passare degli anni, ma soprattutto mi vengono in mente tutte quelle volte in cui ho pensato: “Ecco! Un altro gruppo che adoro che non potrò mai vedere”. E invece eccomi in mezzo a miei coetanei, ragazzi ancora più giovani, a trentenni e quarantenni che avevano vissuto la sfortunata parabola della band di Manchester. Tutti a cantare alla stessa maniera, con la stessa energia, le stesse parole. Le stesse persone che durante l’infinita versione di ‘Fool’s Gold’, momento più alto del concerto, rimangono attonite a guardare il fantasioso Reni duettare con il fedelissimo Mani – che sezione ritmica! – mentre Squire intesse meravigliosi soli con il suo inconfondibile wah-wah. Ian Brown, con la sua faccia eternamente scazzata, domina il palco con il suo fare da bulletto (culminerà quando sul finale calpesterà la bandiera britannica lanciata sul palco da un fan, qua sì che aveva un sorriso beffardo). La scaletta prevede tutti i pezzi del primo fondamentale album (eccetto ‘Bye, Bye Badman ed ‘Elizabeth My Dear’), fra i singoli più belli mancano all’appello solo ‘Elephant Stone’ – peccato! – e ‘One Love’. Il finale, come previsto, è affidato alla magnifica ‘I am The Resurrection’ che il gruppo dilata in una versione che per intensità e bellezza raggiunge i picchi di ‘Fool’s Gold’ (che tuttavia rimane assisa al trono). La band saluta il pubblico festante, evitando il teatrino dei bis. Meglio così. L’impressione finale è che se avessero la volontà Brown e soci potrebbero ancora proporsi con forza come una delle migliori band sulla piazza, ma forse, anche questa volta, sarebbe meglio finire così.

Luigi Costanzo

1 COMMENT

  1. Alla recensione saggiamente “non oggettiva” 🙂 mi permetto solo di aggiungere che se sulla grandezza dei tre musicisti non avevamo dubbi – personalmente non ho mai ballato tanto a un concerto, che cazzo di groove e di melodie ancora intatte!! – Ian Brown si è dimostrato decisamente al di sopra delle aspettative (eccetto che su Don’t Stop, così non facciamo nessuno sconto). Questo concerto lo temevamo quasi tutti, soprattutto per le sue non esattamente brillanti prestazioni canore: c’è chi non ha avuto fiducia e non è andato (molti, troppi assenti all’appello) e c’è chi non ha saputo resistere alla tentazione di omaggiare una band che è stata grande (e per essere grandi basta anche “solo” un album). Ecco, a noi che c’eravamo il premio di non essere delusi, ma assistere, seppure in ritardo, ad un pezzo di storia della musica pop. Che azzarderei, sul palco, è anche meglio di venti anni fa. Concerto forse un po’ corto, ma meglio così, perchè neanche per un attimo ho (abbiamo?) avuto la sensazione che fosse una presa per i fondelli.

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