The Shrine + Dirty Fences @ Init [Roma, 23/Ottobre/2014]

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All’Init anarchia a 360 gradi. Forse era una cosa a tema, chissà ma il mood è stato applicato più o meno a tutto, dal tizio all’entrata che si è perso la lista accrediti e non poteva fregargliene di meno di ovviare all’inconveniente, alla sorpresa una volta dentro il club. Che diavolo succede? Sul palco non c’è niente, la band si trova sotto nel parterre, il che tutto sommato risulterebbe anche fico e “underground”, se non fosse che molto probabilmente i motivi della scelta sono tutt’altro che “coreografici”. 
Quando sono riuscito ad entrare suonano i Death Alley, dall’Olanda con furore e probabilmente anche col furgone. Sono belli sporchi e incisivi, dalla spiccata attitudine hard-rock versante Motley Crue, ma senza scadere in movenze o clichè da glamster, non una band sconvolgente, ma non lasciano nemmeno indifferenti. 
I Dirty Fences invece hanno convinto molto di più, l’approccio più scanzonato e la loro fusione sonora tra Ramones (non a caso sono anche loro newyorkesi) e Black Lips è di quelle esplosive, inoltre è arricchita da ritornelli spesso volti a diventare corali e di facile presa sul pubblico, il che li rende degli autentici e stimabilissimi animali da festa a sfascio, perfetti per coniare party-anthems in stile Andrew WK. 
Quando sono arrivati gli Shrine, devo essere sincero, ci saranno state sì e no 30 persone (compresi membri delle band precedenti) è stato un po’ un peccato, perché le band sono state tutte degne di nota nell’arco della serata, ma del resto non tutte le ciambelle riescono col buco. A loro sembra non importare granché, si è visto subito che non sono di certo tipi schizzinosi ed infatti non hanno tradito le aspettative, facendo del loro meglio e riuscendo a far divertire i presenti. A vederli “sembrano” tre soggetti abbastanza insoliti, dal batterista redneck all’esilarante bassista con un’espressione perennemente spaesata ed a volte quasi imbarazzata. Il cantante/chitarrista invece è praticamente Gesù di Nazareth, però con la fascetta, i pantaloni a zampa e la maglietta degli MC5. 
Sembrerebbe avere anche la bontà e la pazienza di Gesù visto che ad un certo punto il suo microfono inizia prima gracchiare e poi a funzionare ad intermittenza, senza nemmeno un tecnico, un responsabile o chiunque ad occuparsene, ci ha pensato uno dei Dirty Fences, anima pia. La botta sonora e lo stile del loro sound è un po’ più pesante di quanto mi aspettassi, è rock’n’roll, inteso alla maniera dei Motorhead, ma con riff (talvolta ai limiti del plagio) stile Black Sabbath. In particolare ce n’è una, ‘Nothing Forever’ tratta dall’ultimo album ‘Bless Off’, con il riff ispirato smaccatamente a ‘Sabbath Bloody Sabbath’, forse fin troppo anche per un fan di Ozzy, Iommi e soci. 
Il primo impatto è molto aggressivo e coinvolgente, alla lunga però annoiano un po’, per quanto gli va dato atto di alternare piuttosto bene interludi strumentali anche lunghi (degna di nota la coda doom di un altro dei brani di spiccata influenza sabbathiana) a pezzi che, seppur “heavy”, riescono a risultare anche catchy e memorizzabili, finché post-sbornia non ci separi.

Niccolò Matteucci

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