The Rolling Stones @ Circo Massimo [Roma, 22/Giugno/2014]

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L’evento musicale italiano dell’anno si consuma al Circo Massimo. Non ce ne vogliano i Pearl Jam con la loro contemporanea serie di concerti nello Stivale, ma il ritorno dei Rolling Stones in data unica a Roma, in una location d’interesse storico-archeologico come quella tra Palatino ed Aventino, a distanza di sette anni dall’ultima calata italica, rappresenta senza dubbio l’appuntamento musicale per eccellenza dell’estate 2014. Un successo di presenze assicurato da più di 70mila spettatori – a cui aggiungere un migliaio assiepato nelle strade limitrofe – provenienti da ogni parte d’Italia e da oltreconfine, con una corsa al biglietto che aveva portato all’annuncio del sold-out in pochissimo tempo – per la gioia dei soliti bagarini – prima di una nuova emissione di tagliandi a distanza di una settimana dal concerto. Un’attesa spasmodica, con fan accampati nei pressi del Circo Massimo dalla notte prima e lunghe file ai cancelli già dal primo mattino, senza tacere di quanti hanno provato ad accogliere Mick Jagger e soci a Ciampino o ne hanno atteso l’apparizione dalle finestre del Grand Hotel St. Regis. Infine, la consueta bagarre di polemiche sull’opportunità di organizzare un evento simile in pieno centro a Roma, sugli esigui costi dell’occupazione del suolo pubblico (8mila euro), sulle spese a carico del Campidoglio e dell’organizzazione (direi tutte a carico dell’organizzazione, ndr), sulla gestione della viabilità. Come se i Rolling Stones fossero la sola causa di disagio nella mobilità in una città che conta due sole linee della metropolitana, di cui solo una è rimasta aperta straordinariamente fino all’1.30, una rete di trasporto pubblico poco efficiente e perenni problemi di traffico. In tutto ciò, l’ormai banale constatazione che a richiamare un pubblico così nutrito e tutte le attenzioni dei media possa riuscirci solo una band monumentale come quella inglese, con più di cinquant’anni di carriera sul groppone e i volti ormai solcati dalle rughe. I Rolling Stones rimangono l’essenza pura del rock’n’roll e, a quanto pare, non v’è ricambio generazionale che tenga. Dinanzi ad una platea immensa – un colpo d’occhio davvero emozionante – alle 20 in punto sale sul palco John Mayer accompagnato dalla sua band (basso, tastiere, batteria, due ulteriori chitarre di cui una pedal steel, due coristi). In un’ora abbondante, cambiando chitarra praticamente ad ogni pezzo, il talentuoso musicista americano offre al pubblico un’ampia panoramica del proprio repertorio che, dalle origini più acustiche, ha sempre più risentito delle influenze blues fino a rendere l’artista del Connecticut uno dei più interessanti interpreti contemporanei del blues rock. La tradizione statunitense trapela da ogni singola nota: country, blues, soul, Springsteen, Dave Matthews Band. A primeggiare la voce calda e le sue notevoli doti chitarristiche. Visibilmente emozionato, l’americano raccoglie gli applausi di un pubblico che, per la gran parte, non lo conosceva prima del concerto di ieri sera. Sicuramente avrà guadagnato un nutrito gruppo di nuovi fan.

Il Circo Massimo è ormai avvolto nelle tenebre della sera quando, dopo una mezz’ora di preparativi, un’intro squarcia il silenzio e una voce dà l’annuncio più atteso: “Ladies and gentlemen, The Rolling Stones”. Il riff di ‘Jumpin’ Jack Flash’ estasia i 70mila presenti mentre Keith Richards, Mick Jagger, Ronnie Wood, Charlie Watts e gli altri musicisti live della band irrompono sul palco. È l’inizio di un trionfo annunciato e finalmente celebrato. Dove un tempo correvano le bighe adesso risuona il rock’n’roll dei Rolling Stones. ‘Let’s Spend The Night Together’ è l’invito lascivo a dare corpo alle pulsioni animalesche più profonde, ‘It’s Only Rock’n’Roll (But I Like It)’ è una goduriosa dichiarazione d’intenti. Sarà solo rock’n’roll, ma quanta importanza ha avuto quello degli inglesi negli ultimi cinquant’anni di storia (della musica). Mick Jagger saluta la platea in italiano senza limitarsi alle consuete due parole di rito. Il pubblico, ragionevolmente, è in visibilio. Viene suonata ‘Tumbling Dice’, il primo singolo estratto dal capolavoro ‘Exile On Main St.’: Anno Domini 1972. Il frontman si muove carismatico lungo la pedana mentre le chitarre di Richards e Wood duellano giocosamente. I cori di Lisa Fischer e Bernard Fowler richiamano la lezione del gospel a cui gli Stones non sono mai stati indifferenti. Mick imbraccia l’acustica, Ronnie fuma la prima di innumerevoli sigarette. A distanza di sette anni dall’ultima esecuzione, coadiuvati da Mick Taylor (chitarrista ufficiale della band dal 1969 al 1974), Richards e soci recuperano per l’occasione ‘Streets Of Love’, il primo singolo di ‘A Bigger Bang’, ultimo album in studio ormai risalente a dieci anni fa. Il frontman si aiuta leggendo il testo. Tanto basta a ricordarci che i più bei brani dei Rolling Stones dell’ultimo ventennio si trovano in realtà nelle discografie di Primal Scream e The Brian Jonestown Massacre. Segue ‘Doom And Gloom’, godibilissimo inedito contenuto nell’ultima raccolta in ordine di tempo ‘GRRR!’. Jagger apostrofa nuovamente il pubblico in italiano, assicurando la vittoria della Nazionale ai Mondiali e prevedendo una vittoria per 2 a 1 ai danni dell’Uruguay domani. Lasciamo immaginare le reazioni dei più scaramantici. Per il tour ’14 On Fire’ gli Stones hanno concesso al pubblico la possibilità di scegliere un brano della scaletta in una rosa di canzoni mediante votazione sui social network. Sia su Facebook sia su Twitter aveva vinto ‘Sweet Virginia’. Ciononostante la band esegue ‘Respectable’ invitando sul palco John Mayer. “Chuck Berry incontra il punk”, così fu definita ai tempi dell’uscita di ‘Some Girls’ (1978): la descrizione calza a pennello. Il pulsare profondo del basso di Darryl Jones avvia ‘Out Of Control’, brano di ‘Bridges To Babylon’ in cui riemerge la fascinosità dell’R&B e Mick Jagger si diletta con l’armonica, provocando il tripudio generale. ‘Honky Tonk Women’ è introdotta dall’immancabile campanaccio nel suo incedere rock ammiccante al country. La band si ferma per una pausa e Jagger ne presenta i membri uno ad uno, in alcuni casi citando lo strumento direttamente in italiano. In merito alla magrezza di Wood afferma che “Ronnie non mangia abbastanza pasta”, mentre il timido Charlie Watts viene rinominato Roberto (Robert è il suo vero secondo nome). Mick lascia il palco, cosicché tutta l’attenzione viene destinata a Keith Richards. Sigaretta in bocca, voce profonda dallo spiccato accento inglese, sorriso magnetico, il chitarrista canta prima il meraviglioso blues ‘You Got The Silver’ affiancato da Ronnie, e poi ‘Can’t Be Seen’ insieme con il resto della band. Fa nuovamente ritorno Mick Taylor per uno dei momenti più alti del concerto: ‘Midnight Rambler’. Il lungo roboante brano regala spazio agli assoli di tutti i chitarristi nonché all’armonica di Jagger, il quale chiude l’esecuzione muovendosi felinamente verso il pubblico per poi aizzarlo a suon di cori da ripetere all’unisono. Si vira verso influenze disco con la celeberrima ‘Miss You’: falsetto catchy e basso di Jones sugli scudi. ‘Gimme Shelter’ rimane un pezzo incredibile, inarrivabile, stupefacente e, se mai non bastasse, mette in luce le incredibili doti vocali di Lisa Fischer, acclamata a gran voce dai presenti. Il riff di ‘Start Me Up’ è irresistibile, magnetico come pochi. Il palco assume tinte rosso fuoco, le percussioni voodoo e il luciferino verso “Please allow me to introduce myself…” danno il via al sabba di ‘Sympathy For The Devil’, con Jagger ammantato in una pelliccia di piume sgargianti. ‘Brown Sugar’ sembra chiudere il concerto ma, come da tradizione, c’è ancora tempo per i bis. Il Coro Giovanile Italiano introduce l’immortale ‘You Can’t Always Get What You Want’ prima che le note di chitarra di ‘(I Can’t Get No) Satisfaction’ celebrino la conclusiva affermazione del mito. Fuochi d’artificio salgono dal palco illuminando il cielo su Roma. I membri della band (prima l’intera formazione, poi i quattro membri storici) si inchinano a raccogliere il tributo di applausi. È la fine di uno spettacolo a suo modo irripetibile. A distanza di cinquant’anni dagli esordi e con tutti i segni visibili dell’età – accentuati sul batterista Charlie Watts, meno presenti sul folletto Ronnie Wood – i Rolling Stones hanno dato in pasto alle più disparate generazioni presenti uno show perfettamente congegnato di (storia del) rock’n’roll. Gioia e estasi dinanzi alla formula più bella mai creata in millenni di storia dal genere umano: batteria in quattro quarti, micidiale riff di chitarra, basso pulsante e voce granitica. I Rolling Stones sono la testimonianza tangibile di ciò che è stato, ciò che è e ciò che sarà il rock’n’roll. La vita, la morte, la gloria eterna. Ieri, oggi, domani: per sempre.

Livio Ghilardi

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