The Residents @ Columbia Theater [Berlino, 16/Novembre/2017]

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Sono da poco passate le sette di sera a Berlino e il freddo pungente si fa strada sotto gli spessi strati di vestiti man mano che salgo le scale della metropolitana. E’ buio ma da lontano si comincia a intravedere la luce emanata dall’insegna del piccolo Columbia Theater che annuncia gli ospiti di questa serata: i Residents. Il solo leggere il nome della band provoca un’eccitazione che mi fa immediatamente affrettare il passo verso le porte del teatro, come un bambino che tira impaziente la manica del padre per entrare al più presto nel luna park. Dalla loro nascita, i Residents hanno fatto dell’oscurità un business e della loro (non) identità un manifesto, prendendo il concetto stesso di rock band e rivoltandolo come un calzino, rivoluzionando, ricostruendo e decostruendo la storia della musica e la cultura pop a loro piacimento. Pionieri dell’avanguardia e della sperimentazione multimediale (tra i primi ad aver sfruttato la nascente tecnologia CD-ROM negli anni ’90) la band non può essere incasellata in singoli generi o correnti e rimane ancora oggi un unicum nel panorama musicale mondiale. Il teatro è ancora semivuoto e c’è tempo per fare un giro, lasciare la giacca nel guardaroba, mangiare un panino nel giardino sul retro, andare a vedere il banco del merchandising (e lasciarci gran parte dei propri soldi), ma soprattutto, dare una prima occhiata al palco. L’allestimento è piuttosto essenziale rispetto a spettacoli precedenti, tastiere, microfoni e una batteria elettronica. Dietro gli strumenti si staglia un’enorme sfera bianca, posizionata su un piedistallo, sulla quale è proiettata l’immagine del classico bulbo oculare, ormai simbolo della band. Il teatro si è riempito, le luci si spengono e finalmente i Residents salgono sul palco avvolti da una cortina di fumo, i tre strumentisti (tra cui l’ottimo chitarrista Nolan Cook, da anni stretto collaboratore del gruppo) vestiti con completo a scacchi, bombetta e maschera da medici della peste, e il cantante Randy/Homer con uno spiazzante costume da mucca. Lo spettacolo inizia con le note di “Jelly Jack the Boneless Boy”, tratta da ‘Freak Show’. Il concept album sulle tragiche vite dei fenomeni da baraccone, da cui è preso anche il brano successivo, “Mickey the Mumbling Midget”, dà il via a una performance surreale, grottesca, misteriosa, nella quale si sentono echi del Dada tanto quanto della pop-culture americana. Un marcato autotune distorce e modifica la voce rendendola più fredda, artificiale, mentre la canzone, zoppicante ma al contempo solenne ballata, più va avanti più si decostruisce, lasciando alla fine soltanto lievi e disordinati suoni elettronici. Il programma continua con la tenebrosa “Baby Sister”, e a seguire il primo di quattro filmati che svilupperanno il tema portante di questo tour, i sogni, e divideranno in capitoli il concerto. Dopo aver visto un clown raccontare il suo sogno che lo vedeva vestire i panni di un cowboy ha inizio la seconda parte con “The Black Behind” e “The Monkey Man”, nelle quali la voce rauca di Randy, o come lo si voglia chiamare (il suo nome ora dovrebbe essere Tyrone), si carica di una potenza fino a questo momento inedita. Le sue urla disperate fanno brillare questi due brani come il successivo, “I’ts a Man’s Man’s Man’s World”, personalissima cover di James Brown nonché storica “hit” (se di hit si può parlare) dei Residents, che fa partire immediatamente un forte applauso. Le movenze tribali del cantante e il testo, le cui parole vengono ripetute fino all’esasperazione, rendono questo uno dei punti più alti della serata. Viene proiettato il secondo sogno: Madre Teresa racconta un tragico disastro ferroviario e il mastodontico funerale delle vittime. Da qui inizia la sezione dedicata all’ultimo disco, ‘The Ghost of Hope’, il cui tema è proprio gli incidenti ferroviari dei primi del ‘900. Vengono suonate la frenetica cantilena di “Rushing Like a Banshee” e lo strumentale “Train vs Elephant”. Per concludere, la meno recente “From the Plains To Mexico”, che sopra un tappeto di organo narra una vicenda di omicidi e rimpianti sulle pianure del vecchio west. Conclusosi il terzo filmato, che vede Richard Nixon sognare di essere un famoso bluesman, ha inizio la parte più singolare e divertente del concerto, ovvero l’esecuzione di tre pezzi inediti, in puro stile Residents, ma tipicamente blues. Gli stilemi tipici del genere questa volta non vengono totalmente stravolti ma sono integrati al sound proprio della band, e ciò fa emergere ora un incedere più canonico e riconoscibile, con assoli di armonica annessi, ora un’esplosione di caos e dissonanze. L’ultimo filmato, che vede come protagonisti John Wayne e una ballerina, dà il via all’ultima sezione del concerto, che si apre con un’oscura e cacofonica interpretazione di “Teddy Bear” di Elvis Presley seguita da “Tourniquet of Roses”, dall’album ‘Fingerprince’. La voce effettata scandisce questa apocalittica marcetta fino al gran finale, nel quale viene ripetuta incessantemente la frase “there is no more to say”, non c’è più nulla da dire, man mano che i musicisti abbandonano uno ad uno il palco, lasciando Tyrone da solo. L’insistente litania viene messa in loop sdoppiandosi e sovrapponendosi mentre anche il “frontman” lascia il palco, mettendo fine allo spettacolo. Gli applausi e le grida del pubblico però riescono a richiamare i tre strumentisti in scena che, raggiunte nuovamente le loro postazioni, eseguono lo strumentale “Cowboy Waltz”. Terminato il brano rimane solo un’unica lunga nota che accompagna l’entrata in scena di Tyrone e che sarà presente per i dieci minuti del numero conclusivo, “Six More Miles (To The Graveyard)”, cover di Hank Williams. Della versione originale rimane ben poco, e la canzone sembra l’ultimo disperato canto di un condannato a morte. Lancinanti note di chitarra portano il brano alla sua conclusione, che vede il cantante intonare l’ultimo verso da solo. Il silenzio viene immediatamente rotto da uno scrosciante applauso e i quattro raggiungono il bordo del palco per l’inchino finale. Il teatro si svuota e tutto sembrerebbe tornare alla normalità e all’ordinario, ma nella testa ho ancora una sensazione di spaesamento, come se fossi stato svegliato all’improvviso, e mentre mi incammino verso la metro ripenso al concerto appena terminato, che ora mi appare come uno strano sogno che difficilmente svanirà dalla memoria. “Afterwards it’s like a dream, you can’t remember but it seems to stay alive inside your mind”.

Martino Petrella

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