The Residents @ Circolo degli Artisti [Roma, 13/Novembre/2008]

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Poco più di un mese dopo il concerto dei Faust all’Init arriva a Roma (questa volta al Circolo) quello che è l’altro gruppo d’avanguardia per eccellenza degli anni ’70, ovvero i prolifici e misteriosi Residents. Misteriosi semplicemente perchè in poco meno di 40 anni di attività nessuno sa ancora esattamente chi siano. Mi aspettavo infatti di vederli vestiti da frigoriferi come agli esordi o da bulbi oculari in frac come negli anni ’80. Invece stavolta sono mascherati da conigli “tecnologici” alquanto inquietanti (Lynchani oserei dire), per presentare dal vivo il loro ultimo lavoro da studio ‘Bunny Boy’. In realtà non si tratta di un semplice concerto, ma di uno spettacolo multimediale come nella loro tradizione. Infatti l’uscita dell’album è stata preceduta da numerosissimi filmati pubblicati su internet che raccontano a puntate la storia di Bunny Boy e le sue perlomeno bizzarre vicende alla ricerca del fratello scomparso Harvey (è evidente che il nome del fratello proviene dal delizioso film omonimo del 1950 diretto da Henry Koster e interpretato da uno stralunato James Stewart e dal suo coniglio immaginario Harvey appunto, dovrei avere il VHS a casa, stasera me lo riguardo). Questi filmati vengono riproposti anche dal vivo tra un pezzo e l’altro su uno schermo che sovrasta una struttura che ha la forma di un semi-igloo (la reminescenza dell’album ‘Eskimo’ è inevitabile) e che occupa quasi metà palco. Un’altra buona parte di palco invece è occupata da una specie di camerino-porta da cui entra ed esce proprio Bunny Boy che in persona recita durante gli intermezzi e si agita e canta durante le canzoni. Le canzoni appunto. I quattro Residents sono confinati in uno spazio angusto del palco, disposti in maniera circolare. Due suonano i sintetizzatori, uno la chitarra elettrico, un altro varie percussioni elettroniche. I brani sono nella quasi interezza quelli dell’ultimo album, solo l’ordine non è lo stesso. Si intuiva infatti che l’album non fosse un concept in senso stretto ma più un puzzle. Anche la storia in realtà è una storia aperta, non ha un vero procedere, un vero significato e tantomeno un vero finale (a tal proposito può essere sicuramente interessante sfogliare qualche forum su internet dove i fan si cimentano nei più improbabili tentativi di analisi e decifrazione dell’opera, l’intento dei Residents infatti è che fosse un’opera aperta sin dall’inizio e quindi interattiva). Ma l’arte vera in fondo è proprio questo, gettare dei semi, degli indizi che poi dovranno essere valorizzati dai fruitori, ognuno in base al proprio background e alle proprie esperienze. E di indizi i Residents ci seppelliscono durante la loro performance (due ore esatte anche se con una pausa tra primo e secondo atto), con riferimenti su riferimenti, diventa quasi un gioco, nonostante la drammaticità della messinscena (drammaticità che insieme al sarcasmo è rimasta una costante dei lavori dei Residents durante tutta la carriera). Parliamoci chiaro, non stiamo parlando di un capolavoro come erano i primi album, che erano avanguardia pura. Qua in realtà siamo in presenza di una retroguardia (ma di gran classe eh) con un suono elettronico ai limiti della purezza e quasi plastificato ma contemporaneamente con il tipico incedere di un’opera di Brecht e Weil. Gli stessi temi trattati non brillano certo per originalità (quello del rimosso dal proprio inconscio, e qui si torna a parlare di Lynch e di Badalamenti, oppure l’annoso tema dei media e della loro prevaricazione sul pensiero), però molte delle loro nuove canzoni hanno un impatto notevole sulla psiche (perlomeno sulla mia) e dal vivo lo mantengono (il tema di ‘Secret Room’ che percorre l’intero spettacolo, ‘Boxes Full Of Armageddon’ che apre l’album e che forse è il loro miglior pezzo da anni, ‘Pictures From A Little Girl’ col suo inno malato “Fear Terror Panic And Doom”). Alla fine quasi quasi mi convinco che ‘Bunny Boy’ è gran bell’album. Alla fine invece i Residents, dopo una ninna nanna come bis, salutano il pubblico e se ne escono ballando sulle note della sigla televisiva del programma per bambini ‘Here Comes Peter Cottontail’ (cliccate qui per avere un’idea www.brownielocks.com/bunnytrail.html). Se l’apocalisse è vicina, come Harvey crede, forse è proprio la cosa migliore da fare.

Daniele “wearedoomed666@gmail.com” Gherardi

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