The Real McKenzies @ Traffic [Roma, 14/Maggio/2010]

421

Odio la pioggia. Questo è ciò che continuo a ripetermi in testa da quando esco di casa fino al mio arrivo in zona Traffic. Stasera infatti il club “punkettone” romano ospiterà i canadesi The Real McKenzies, band originale, cazzuta, con quasi 20 anni di attività sulle spalle, trascorsa in giro per il mondo a proporre nelle peggiori bettole il particolare intruglio musicale di cui sono ideatori: una fusione tra il punk rock di stampo americano e la musica celtica. Da Vancouver, dove si sono formati nel ’92 hanno iniziato un percorso musicale che li ha visti approdare alla Fat Wreck Chords, etichetta di Fat Mike, leader dei NOFX. La label indipendente del punk rock made in USA per capirci, dai Lagwagon agli Strung Out, dai Mad Caddies ai No Use For A Name. La loro line up attuale, poi, comprende membri di diverse importanti punk band: al basso c’è Karl Alvarez dei Descendents, alla batteria Sean Sellers dei Good Riddance e alla chitarra elettrica Dave Gregg dei DOA.

I primi a suonare sono Gli Ultimi, che, tralasciando l’esilarante gioco di parole, offrono un bello spettacolo. Aprono la serata con il loro street-punk e il loro Oi! bello spinto. È difficile in questi casi esprimere un parere: loro suonano in modo impeccabile, i testi in italiano sulla classe operaia, o quelli contro la polizia, sono dei temi ricorrenti. Quindi bravi! Ma in generale nulla di originale. È sempre la stessa solfa, e credo che non ci sia neanche la voglia di cambiarla di una virgola. Infatti l’affluenza nella sala è notevole, per essere l’esibizione d’apertura.

Dopo è la volta dei The Fourth Sin, già visti in altre occasioni. Hardcore incazzato nero, urlato, gracchiante. Sputano in faccia la rabbia per tutte le cose che non vanno, e il tutto condito dal tipico “doppio colpo” della batteria hardcore, dalle chitarre distorte tendenti al metal (ma attenzione a distinguere bene i due generi). La sala si riempie sempre di più anche perché si avvicina il momento delle star della serata, che fino a quel momento erano occupate a bere nella sala bar. L’immenso Dave Gregg è rimasto sempre seduto allo stesso tavolo e l’ho visto alzarsi solo per ordinare da bere: indossa una specie di cappotto smanicato peloso (non so che animale possa essere), che a fine serata, grazie allo spirito unico del pubblico skin de Roma, gli fa conquistare l’appellativo de “Er Pecora”. Vedo anche Sean Sellers e il leader Paul McKenzie che con gli occhiali ha assunto un’aria molto intellettuale. Tutti, ovviamente, rigorosamente in kilt e calzettoni tartan.

Così dopo il posizionamento della strumentazione (la band ha un suo roadie e anche lui sembra seguire l’abbigliamento del gruppo) e qualche problema con il suono di interferenza di un cellulare che esce dagli ampli, il batterista attacca un tempo tipicamente scozzese, una marcia, introducendo una canzone tradizionale (sulla scaletta è segnato come primo brano ‘Bar’) cantata splendidamente in coro da tutti e sei.  Poi partono sul serio con due canzoni esplosive ‘Chip’ e ‘Scots Wha’ Ha’e’ del loro primo lavoro, proseguendo con altri brani punk rock nel quale la cornamusa la fa da padrone. È questo un accostamento assolutamente vincente, perché l’aria di festa che possono esprimere canti folk e tradizionali scozzesi uniti al punk farebbe scatenare chiunque. E infatti si comincia a spingere, cadere, prendere botte e darle. Loro cominciano a sudare, ma intrattengono il pubblico scherzando e prendendo in giro Gregg pensando che sia suo il cellulare che ogni tanto interferisce. Riconosco ‘Smokin Bowl’, ‘Pour Decision’, ‘Bitch Off The Money’ tra le tante.

Poi eseguono dei pezzi in acustico, con chitarre semiacustiche e mandolino. Per la maggior parte brani tradizionali, ma anche qualche pezzo loro in versione unplugged. Anche in questo caso la carica non gli manca perché tutti continuano a pogare. Quando ritornano ai loro strumenti elettrici però la cosa si fa pesante, gli stage aumentano e molti, compreso il sottoscritto, arrivano a sbattere contro le spie sul palco praticamente a 5 cm da Pauli e mi sembra di aver capito che non gli è piaciuta molto come cosa. Ad ogni modo eseguono tanti altri pezzi, tra il delirio e alzate di kilt oscene, ma finiscono senza aver fatto quelle “attese”, almeno da me. Forse per via dell’incazzatura di Pauli. Quindi niente ‘Outta Scotch’ per me che l’attendevo più o meno da quando li ho sentiti per la prima volta! Pazienza. Sono dei grandi, girano con un furgone e si smontano gli strumenti da soli, suonano nei piccoli club e hanno inventato una cosa originale mettendoci l’impegno. Quindi: massimo rispetto.

Marco Casciani

Commenta

Please enter your comment!
Please enter your name here