The Raveonettes @ Circolo degli Artisti [Roma, 28/Settembre/2005]

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[Prima]

E’ il concerto che apre ufficialmente la stagione del Circolo. E’ il concerto trendy. Quello patinato, da copertina sghicia, da hype vertiginoso. Sune Rose Wagner e Sharin Foo (sosia dell’attore Timothy Hutton) arrivano con le credenziali giuste. Due album bagnati nel fiume sacro dei sixties, dopo una fuga con strumenti e bagagli a cercar fortuna in America lontani dall’insulsa Copenaghen. L’incontro stelle e strisce con il celebre produttore Richard Gottehrer (Blondie ad esempio) ed un contratto manna con la Columbia per il primo lavoro edito nel 2003 (‘Chain Gang Of Love’ – altro omaggio agli anni ’50 impellati all’ombra del mito di Brando). Il seguito targato 2005 (‘Pretty In Black’) li vede invece contornarsi di monumenti come Mo Tucker, Martin Rev e Ronnie Spector. [Un attimo ancora] – Avete letto bene quei nomi? Mo Tucker = Velvet Underground. Gruppo così seminale da provocarmi un’eiaculazione dattilografica. Sune Rose gioca a fare la nuova Nico ed il sound del gruppo nasce dall’iconografia proprio dei newyorchesi. Martin Rev = Suicide. Le atmosfere soffocanti e rarefatte ci sono tutte. Ronnie Spector = The Ronettes. Il gruppo vocale costruito da Phil Spector è LA VERA, PIU’ GRANDE, CONCLARATA INFLUENZA del duo danese. Aggiungeteci un amore (ma davvero poco portato in risalto) per gli anni ’50 (più Buddy Holly che Presley), uno per il lirismo dylaniano, quello per le suggestioni alla Bad Seeds e tanto tanto feedback imbottigliato dai Jesus & Mary Chain. [Durante] – Il locale è pieno. E’ un altro mercoledì da leoni. Fuori il calcio, dentro la musica. Le brutti abitudini italiote ci fanno attendere la mezzanotte per vedere entrare il gruppo (2+3), dopo un’estenuante messa a punto del palco da parte di un roadie creolo. Sune Rose è una cavalla di razza, un bell’esemplare di femmina zavorrata, che appare in completo casto-collegiale con stivali camperos. Sharin ed i suoi compagni sembrano usciti dai camerini di Nicola LaCava ed i suoi semi cattivi, ma il look alla fine conterà davvero poco. Poco più di un’ora tirata e senza soste necessaria per proporre il meglio della loro breve, fin qui, produzione. E’ musica suonata in maniera ineccepibile, mestierante, furba ed ammaliante. Le spirali soniche care ai Reid sono i momenti più esaltanti – tra cui il finale no way out di ‘Twilight’ – che rimane per chi delira il brano più bello scritto dalla coppia nordeuropea. Gli altri sono istanti fugaci e melodiosi, che i Raveonettes ci servono su un piatto profumato e vintage, chiara testimonianza di quanta importanza abbiano avuto i gruppi vocali degli anni ’60 (neri e femminili) per la crescita e la riuscita di questo progetto. Vorremmo non finisse mai, ma la bella valchiria dalle gote rosse, ci spiega di quanto siano provati dopo un arrivo dal Brasile. In risposta si prende un’inaffiata di “bbbona-bbbona” che la fanno sorridere e dichiarare che Los Angeles è la loro città preferita. Questa volta a risponderle sarà Aguirre. Se un giorno anche in Italia nascerà un gruppo siffatto, prenderò parrucche, cotton fioc, plaid termico e tamarindo e mi imbarcherò per il Kazakistan. Lo giuro.

Emanuele Tamagnini

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