The Raveonettes @ Circolo degli Artisti [Roma, 17/Febbraio/2013]

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Dopo tre visite in sette anni, i Raveonettes al Circolo degli Artisti sono ormai di casa. Un po’ come quel parente che abita all’estero, ma che periodicamente si affaccia alle nostre porte ed al quale chiediamo gli ultimi aggiornamenti sulla propria vita, il duo danese porta con sè, invece di banali notizie, la propria musica. Per accogliere questi vecchi (neanche tanto) amici il locale di Via Casilina Vecchia sceglie di fare le cose in grande, dando fondo a tutte le cerimonie del caso. Così, con la collaborazione dell’Ambasciata di Danimarca ed a partire dalle 19, viene presentata, nella stessa sala nella quale un paio d’ore dopo si terrà il live, una mostra di Peter Brandt, artista danese che con “I Died In Italy But No One Knows It” mostra lo sgomento che permane in sé dopo una violenta aggressione subita proprio a Roma nel 2002. I ritratti resteranno nella sala per tutta la serata, sul muro opposto rispetto a quello dove si trova il bar, ma tra luci spente ed interesse totale per il live, sono pronto a scommettere che se ne sarà accorta una percentuale di presenti vicina allo zero. Al mio arrivo trovo la sala concerti così gremita da chiedermi se per caso l’evento non sia andato sold out. Per la cronaca, poco ci mancherà. Con esperienza e sfruttando il flusso di altri motivatissimi ritardatari che si creano varchi tra la folla al grido di “devo raggiungere degli amici davanti”, riesco ad assestarmi intorno alla decima fila, percependo la ormai ben nota sensazione di essere una parte millesimale del contenuto di una scatola di sardine, fatto per nulla raro in un periodo di pieno delirio shoegaze, con il ritorno di My Bloody Valentine e Jesus & Mary Chain a fare da detonatore. Agli occhi di un attento osservatore, dedito al culto del bello, non potranno non saltare all’occhio le numerose donzelle dai biondi capelli e dai lineamenti nordici presenti nel pubblico, segno che per la comunità danese presente in città si tratti di uno degli eventi più interessanti dell’anno.

Dopo un live scaldapubblico degli Hot Gossip davvero troppo breve per essere giudicabile, sebbene si percepiscano le ottime potenzialità della band milanese, salgono sul palco in punta di piedi i Raveonettes: insieme a Sharin Foo e Sune Rose Wagner c’è anche un batterista, unico membro live aggiunto alla ormai coppia di fatto. Il look dei due maschietti è total black (compresi cappelli e capelli), mentre la neomamma Sharin si presenta con l’iconico caschetto biondo ed un abito con stampa psichedelica. Non per nulla si parte con ‘Hallucinations’, titolo abbastanza esemplificativo per quello che riguarda i temi scelti per le liriche dalla band danese. Nella scaletta verranno mostrate le due anime della band: quella che si ispira a sonorità più puramente shoegaze, con coordinate noise ed uso di numerosi pedali per effetti, e l’altra più pop, ispirata al rock degli anni ’50 e ’60. Le comunicazioni con il pubblico sono ridotte all’osso, giusto i ringraziamenti di rito dopo gli applausi di fine brano ed una spiegazione speciale prima di ‘Attack Of The Ghost Riders’, primo singolo della band, ormai risalente a più di 10 anni fa, e naturalmente meritevole di un affetto particolare da parte dei loro creatori. La setlist, composta da 20 brani (18 + 2 encore ad essere pignoli) scorre via rapida in 70 minuti, durante i quali il gioco di luci rende quasi del tutto invisibili dietro un muro di nebbia (oltre a quello del suono) i ragazzi scandinavi ed ancora di più una sorta di uomo invisibile incassato nell’angolo destro del palco che li supporterà nei continui cambi di strumenti. I brani proposti sono quasi tutti singoli, la produzione della band in tal senso è stata molto proficua e così i danesi non si esimono dallo scoccare le più acuminate frecce presenti al proprio arco. La parte del leone la fa il nuovo album ‘Observator’, con ben cinque dei nove brani presentati live al pubblico, ma sono quelli dei datati ‘Lust Lust Lust’ e ‘Whip It On’ (con quattro pezzi ciascuno) a smuovere principalmente le teste e le anime dei presenti. Durante ‘Blush’ chiudo gli occhi e riaprendoli mi sembra assurdo trovare solo tre persone che suonano sul palco, il frastuono è tale da farmi sembrare di assistere ad un live di almeno una decina di musicisti, a prescindere dai campionamenti a cui come al solito i ragazzi scandinavi tendono ad attingere. Le atmosfere sixties di ‘Love in a trashcan’, brano accolto da un’ovazione del pur composto pubblico, vengono poste a metà scaletta. La setlist, prima di riprendere con la farsa degli encore, si chiude con una ‘Aly Walk With Me’, vocalmente ancora più deliziosa della versione studio, e tenete conto che ve lo dice uno che è già profondamente innamorato della versione proposta nell’album. Il live scorre fluido e piacevole, mentre i danesi non tradiscono alcuna emozione se non quella del sincero piacere di suonare davanti ad una platea che li ascolta affascinati, non canta (com’è giusto che sia visto che la parte lirica non è enfatizzata nemmeno dai ragazzi sul palco), ma è consapevole di essere davanti ad una delle poche band dell’ultimo decennio in grado di influenzare musicisti arrivati sulla scena successivamente a loro. Mi avvio celermente all’uscita, che le prima avvisaglie di un’influenza che mi ostinavo ad ignorare sono ormai tali da scaldarmi la fronte, e penso a me tra qualche anno, sempre al Circolo, a perdermi nelle distorsioni dei Raveonettes ed a sbattere addosso alla loro imperscrutabilità. Ci vediamo alla prossima, drenge.

Andrea Lucarini

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