The Raveonettes @ Circolo degli Artisti [Roma, 12/Febbraio/2008]

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Confesso di aver assistito al ritorno romano della coppia danese in leggero stato di ebbrezza. Colpa di un vodka-orange tracannato con sete desertica e mandato giù nei gangli intestinali di uno stomaco totalmente vuoto. Bene. Sharin e Sune hanno tagliato i capelli. O meglio, li portano più corti rispetto al Settembre del 2005, quando i Raveonettes erano una vera band. Oggi infatti i figli di quella terra nordica sono poco più che un oleogramma fisso. Uno alla destra e uno alla sinistra del palco. In mezzo, al buio, un percussionista barbuto che si fa aiutare da basi e campionamenti.

[L’appunto] – Riguarda il foltissimo pubblico richiamato dagli autori di ‘Lust Lust Lust’. Un disco shoegaze nella concezione. E da ieri sera anche nella realizzazione materiale. Lo shoegaze è tornato di moda. Ed avrà la sua consacrazione in questo 2008 anno di grazia riverberata. Su queste pagine ve lo avevamo detto nel Settembre del 2003. Con una veloce mappatura del genere. Vi avevamo avvertito quasi cinque anni prima. Ma caro il mio pubblico, dove eravate il 10 Maggio di un anno fa? Dove eravate quando Mark Gardener – ex leader dei Ride, la più grande band shoegaze di sempre – commuoveva i 50 astanti con un concerto memorabile? Alla moda, è pur vero, non si comanda. Il richiamo dell’hype e dell’evento trendy capisco sia più forte anche della conoscenza della storia. Dito medio alzato.

Alle undici in punto i Raveonettes salgono sul palco. In silenzio. In completo nero. Si staglia solo la chioma biondissima. Platino. Della silfide Wagner. Bellezza danese col marchio d’origine controllata. Partono in veloce sequenza i brani dall’ultimo lavoro. Nella mezza oscurità. Con luci che incrociano il centro del palco. L’effetto è buono. Il suono tirato su anche. Ma i brani vengono via come carta da parati bagnata. Resistono inizialmente. Poi non rimane che un’ombra. Un segno. Che ben presto svanirà alla luce del sole. I Raveonettes sono asciutti. Dall’essenza dry. Fa rabbia ascoltare come un paio di brani, chiudendo gli occhi, sembrano uscire fuori dall’archivio dei Lush. Ma Sune non è Emma Anderson. Fa rabbia vedere Sharin, sempre più sosia di Timothy Hutton, piegarsi e saturare l’aria con un feedback fotocopiato da qualche disco preso in UK intorno al 1990 (anno domini gaze). Fa rabbia sentire le parole di Foo annunciare la cover di ‘French Disko’ degli Stereolab. Perchè un pezzo così loro due non lo scriveranno mai. Fa rabbia assistere alla coda dell’unico brano nel bis (il rutilante “vecchio” ‘Twilight’) che viene saturato, caricato di feedback proprio come la regola shoegaze impone. Qualche saluto. La fine di un concerto linearmente piatto e senza sussulti. Due oleogrammi. Uno alla destra e uno alla sinistra del palco. Scusate ma ero davvero un po’ ubriaco. Il dito medio, però, rimane.

Emanuele Tamagnini

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