The Rakes @ Circolo degli Artisti [Roma, 7/Ottobre/2009]

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Una palude di merda. Così Alan Donohoe definiva la scena musicale londinese ad inizio anno,  poco prima dell’uscita di ‘Klank’ (V2, 2009). Una presa di distanza forse un po’ azzardata, considerando che, sebbene le orecchie di chi scrive non siano fedelissime estimatrici di certa “new wave of new wave” e sebbene la terza fatica in studio dei The Rakes sia stata registrata a Berlino, tutta questa differenza dagli album precedenti e/o dalle conterranee indie band degli anni ’00, è piuttosto difficile da riscontrare. Se il debutto ‘Capture/Release’ (V2, 2005) era una (riuscita?) versione post punk degli Strokes ed il seguito ‘Ten New Messages’ (V2, 2007) registrava un calo di tensione nella rincorsa al ritornello perfetto, il “suono” berlinese è solo una versione più rock di quelle chitarre stropicciate (ma non troppo) sentite negli album precedenti. Il punk luccicante del 2000, quello passato attraverso il brit pop e le lezioni di Simon Reynolds, che oggi si muove scientificamente nervoso al ritmo di riffetti che sembra aver sentito un milione di volte. Eppure. Eppure i The Rakes non sono neanche il peggio in circolazione. Le facce un po’ da sfigati, l’assenza di certe pose e dell’insostenibile melensitudine di certo pop a doppio 0 (i Killers headliner quest’estate, lo ammetto, non mi sono andati giù) e, va detto, qualche melodia azzeccata in ordine sparso, li rendono non totalmente insopportabili. Diciamolo: non totalmente inutili. Sicuramente non inutili per qualcuno.

“Dentro sembra una festa delle medie”. È con questa frase impietosa che Chiara mi accoglie al Circolo. Come darle torto. L’età media si aggira decisamente intorno ai teen-years. E il look medio è quello che anni fa si vedeva al vecchio Zoobar. Ma, in fondo, va bene così. Perchè sarebbe davvero  troppo, pretendere che tutte le giovani band uscissero fuori come dei Dirty Projectors, dei No Age o dei Fuck Buttons. La verità sta tutta in una frase detta da James Chance pochi giorni fa: “Nelle band di oggi non manca il talento. Manca l’originalità”. Semplicemente. E non è detto che per far divertire il proprio pubblico ci sia bisogno di quella. Basta che tra i “similar artist” di All Music Guide ci siano Franz Ferdinand, Maximo Park, The Strokes, Futurheads ed Art Brut e che si abbia un buon rodaggio live. Tanto è sufficiente per mandare in delirio un pubblico che non è neanche troppo poco. Sicuramente più di quello dei Proiettori Sporchi newyorkesi. Con una fama di ottima live band a precederli, i quattro (+ 1, alla chitarra) rastrelli londinesi tirano via tutte le ombre e le complicazioni che, nel bene e nel male, rendono la popular music un miscuglio di sfumature. Divertente ma monocorde. È così che suona un live dei The Rakes. Tirato, spigoloso, ballabile, (a tratti) catchy, ma senza un reale picco di entusiasmo puro. Questo, almeno per chi è lì con la curiosità di testare lo stato dell’arte di certa musica inglese, seppur mantenendo il dovuto scetticismo sulla piacevolezza che un ascolto intero di album come ‘Klang’ possa suscitare. Ma la devono pensare diversamente tutti quelli sotto al palco. Che gridano, ballano, applaudono con entusiasmo dilagante, quasi sbalorditivo. Sarà l’età. Mentre Alan Donohoe si cimenta continuamente in balli meccanici e smorfie compiaciute verso il pubblico, i pezzi forti di tutti e tre gli album si spartiscono equamente la scaletta. Fascinosa come su disco ‘We Danced Together’, prevedibilmente spensierata ’22 Grand Job’, ruvide quanto basta le nuove arrivate ‘1989’ e ‘That’s The Reason’, moderatamente aggressiva ‘Violent’ e terribilmente Strokes – guitar – driven ‘The World Was a Mess But His Hair Was Perfect’.  Che il primo ‘Capture/Release’  sia stato il miglior bibitone energetico riuscito ai The Rakes lo si capisce sulle note “popscensiane” di ‘Strasbourg’, trangugiata tutta d’un sorso come bis.

Se l’ormai diffusa teoria del copia incolla è già stata recentemente rispolverata su queste pagine, c’e un altro teorema di cui si potrebbe tentare la dimostrazione. Più è strano, nerdico, sfigato ed inusuale è stato ciò che un musicista ha ascoltato in passato e più le sue creazioni saranno interessanti. Meno cercherà di seguire un’onda in futuro, e meno possibilità ci saranno di annoiarsi ad un suo concerto. Semplice. Come la differenza tra il saper intrattenere e l’essere originali.

Chiara Colli