The Rakes @ Circolo degli Artisti [Roma, 20/Giugno/2007]

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Neanche il tempo di ossigenarsi i polmoni con la salubre aria romana che la pattuglia Nerds Attack! (IO) è di nuovo in campo a sferragliare e sbuffare come un vecchio vaporetto a carbone. L’occasione per cotanto dispiegamento di forze è l’arrivo in città dei londinesi The Rakes a supporto del secondo album “Ten New Messages” prodotto da un double di produttori da anni con le mani in pasta (Abiss Vs Lynch). Il quartetto (con il quinto uomo aggiunto alle tastiere ed un manager succhia birra dall’adipe pronunciato) si inserisce di diritto nel novero delle band della new wave of new wave britannica che ha avuto nei Franz Ferdinand il momento (commerciale) più alto. Seppur il taglio di capelli, le movenze del veganiano singer Alan Donohoe, certe atmosfere dark post punk ed un pubblico a rimorchio tendenzialmente fashion-ager convoglino i Rakes nella cartella rinominata per l’occasione “only for fun”, alcuni passaggi chitarristici non dispiacciono affatto. Ma andiamo con ordine.

Non dispiace neanche constatare come all’esterno del club sia parcheggiato un grosso numero di Vespe e Lambrette divertito tocco di colore in una serata calda resa ancor più bollente dall’alto numero di deliziose fanciulle convenute e da alcune hostess che pubblicizzano con sorrisi e gambe sterminate una nota linea d’abbigliamento giovanile. Ma sono dettagli. La serata è aperta dagli “amici” Masoko che in un tempo compresso riescono a tirar fuori un asciutto colpo di coda. Un set sincopato come non mai. Teso e coinvolgente. A seguire i milanesi I’ve Killed The Cat. Quartetto à la page totally black abbigliato in stile Horrors e musicalmente vicino a tutto quello che è stato generato dopo l’avvento deleterio degli Strokes. Ma non convincono. Sotto qualsiasi punto di vista li si voglia guardare e ascoltare. Non convincono. Puntuali all’ora prestabilita (che non ricordo affatto) salgono gli inglesini accolti con entusiasmo dal numeroso pubblico giunto in loco (ovviamente) solo per loro. Gli scatti nervosi condotti dall’asta del microfono di Donohoe ricordano da vicino (non scomodare “quel” passato in bianco e nero sarà meglio) quelli profusi dal singer dei White Rose Movement altra band di nuova generazione con elementi electro che la differenziano dai protagonisti di questa sera. Ma sono solo dettagli. La prima parte dello show, quella alla quale assisto con più attenzione, è però anche la più deficitaria. I brani non attecchiscono. La coltre sofferta spruzzata dalle chitarre post punk non riesce a scendere e ad avvinghiare la sala. Con il passare dei minuti il vento cambia e i Rakes si lasciano piacevolmente degustare mentre soffici refoli di vento ristoratore mulinano agli angoli del locale. Il finale, impreziosito dal singolo di maggior impatto, “22 Grand Job”, è il momento migliore. I cinque sudditi della Regina si ricordano infatti (improvvisamente) dell’adolescenza. Quando mettevano il naso sulla vetrina di quel negozio di dischi in fondo alla via, ascoltando ad occhi spalancati il sound secco e deragliante uscir fuori da quel vinile dei Wedding Present con la copertina dedicata al fenomenale giocatore del Manchester. I tempi sono cambiati. Ma l’amore, per fortuna, rimane intatto.

La notte riserva ancora delle sorprese. Ma questa è un’altra storia che forse un giorno racconterò. A cuore fermo.

Emanuele Tamagnini

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