The Radio Dept. @ Circolo degli Artisti [Roma, 23/Marzo/2011]

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Il Circolo degli Artisti accoglie per la quarta volta una delle band svedesi più significative dell’ultimo decennio. Per capire cosa sia la musica dei Radio Dept. senza cadere in banali catalogazioni basta riflettere sulla citazione presente in ‘Heaven’s On Fire’, un campionamento delle parole pronunciate dal leader dei Sonic Youth nel ’91:“People see rock and roll as, as youth culture, and when youth culture becomes monopolised by big business, what are the youth to do? Do you, do you have any idea? I think we should destroy the bogus capitalist process that is destroying youth culture”. Dopo alcuni anni di inattività i Radio Dept. sentono l’esigenza di ribadire questo concetto come se il loro Do It Yourself elettronico si prendesse gioco di tutti i prodotti confezionati dal music business fino ad ora, in una sorta di revivalismo goliardico. Con la solita delicatezza il trio di Malmoe dimostra in ‘Clinging To A Scheme’, il loro ultimo splendido album, di avere ancora la maestria e l’innata capacità di saper avvolgere l’ascoltatore con giochi di prestigio, loop sintetici ossessivi e ipnotici, melodie sussurrate all’orecchio che conducono verso atmosfere ovattate e sfocate.

Ad aprire il concerto ci sono gli Everything Everything, band di Manchester acclamata come una delle nuove promesse dell’indie pop made in UK.  Il loro elettro-pop è caratterizzato da ibridazioni funky, accelerazioni improvvise e ritmiche asimmetriche che a tratti riescono davvero a stupire. La domanda è se oltre alle indiscusse doti tecniche ci sia davvero qualcosa, visto che le canzoni proposte, praticamente tutte quelle contenute in ‘Man Alive’, scorrono via in modo abbastanza ripetitivo e oltretutto il falsetto del cantante risulta alla lunga fastidioso.

Alle undici passate la sala è ormai completamente piena, l’attesa è ravvivata da una selezione musicale che vede passare in rassegna alcune tra le migliori perle shoegaze che siano mai state scritte, tra le quali spicca la bellezza di ‘Leave Them All Behind’ dei Ride. Triste dover menzionare questa citazione ma forse è proprio questo il momento musicale più intenso della serata. Alle 23 e 30 salgono sul palco Johan Duncanson, Martin Carlberg e Daniel Tjader accolti da un’ovazione, ma il loro concerto non riuscirà mai a decollare. Se si pensa alle emozionanti esibizioni live dei Notwist, un collettivo di sei elementi che in modo sublime riesce a far sognare ad occhi aperti fondendo magicamente rock ed elettronica, allora il paragone è impietoso. Le basi elettroniche di Tjader (tastiere + laptop) non entrano mai in sintonia con le due chitarre, che sembrano spente e poco incisive, la voce di Duncanson è appannata e sporcata da un fastidioso riverbero. Per un attimo la dolcezza e la semplicità della splendida ‘The New Improved Hypocrisy’, pezzo di denuncia politica contro l’ala destra del governo svedese, sembra arrivare a toccare il cuore ma è solo un’illusione. Paradossalmente appaiono rinvigorite e di gran lunga le più riuscite alcune canzoni estratte dall’album meno acclamato, quel ‘Pet Grief ‘ del 2006 nel quale è la componente sintetica a dominare la scena con eterei intrecci di tastiere. Appare svilita la bellezza dei pezzi dell’ultimo lavoro, neanche le malinconiche ballate dub di ‘David’ e ‘Never Follow Suite’ riescono a risollevare la situazione. Dopo appena un’ora di concerto un rapido saluto e i tre scompaiono dal palco uno dopo l’altro, senza più riapparire. Fischi del pubblico e incredulità generale, inconcepibile non includere nella scaletta alcuni capolavori dell’album d’esordio, come ‘Where Damage Isn’t Already Done’ e ‘Why Won’t You Talk About It’. A pensarci bene, non sarebbero certamente serviti a cambiare le sorti della serata.

Matteo Ravenna

1 COMMENT

  1. a me invece non e’ dispiaciuto il live, anche se su disco continuo a preferirli (così come un altro gruppo che di nome fa Pains of being pure at heart, ehehe).
    forse un po’ leggerini di chitarre, quello si, la voce è però migliorata molto rispetto a qualche tempo fa.
    Peccato solo per la mancanza di un paio di bis, come bene hai detto tu, almeno “‘Where Damage Isn’t Already Done” e “Why Won’t You Talk About It”.

    saluti!

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