The Prodigy + Die Antwoord @ Ippodromo delle Capannelle [Roma, 21/Giugno/2014]

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A distanza di quattro anni dall’ultimo concerto capitolino son tornati a Roma gli alfieri del big beat, i cantori per le masse dell’epopea rave inglese: “we are The Prodigy”, come cantavano trionfalmente in ‘Invaders Must Die’ nel 2009, un autentico ritorno di fiamma dopo le delusioni degli anni Duemila e il calo qualitativo di ‘Always Outnumbered, Never Outgunned’ (AD 2004). Nel frattempo, dopo aver riconquistato il proprio pubblico a suon di headlining nei maggiori festival europei, Keith Flint, Maxim Reality e Liam Howlett pare siano finalmente alle prese con l’uscita del pluri-rimandato ‘How To Steal A Jetfighter’, alcuni dei cui brani sono ormai presenza fissa nelle scalette delle date degli ultimi anni. Quella che vent’anni fa era ‘Music For The Jilted Generation’ oggi è diventata “music from the jilted generation”: il tempo è passato, l’elettronica ha cambiato volto più e più volte nell’ultimo ventennio, i giovani raver di una volta sono ormai quarantenni, nuovi appassionati di musica hanno imparato ad amare i Prodigy conoscendoli come star dell’elettronica mondiale, prescindendo magari dalla conoscenza di quelle che erano le fondamenta del suono degli inglesi ad inizio anni ’90 (classici come ‘Charly’ o ‘Everybody In The Place’, sempre più grandi assenti delle setlist della band e manifesto del mondo elettronico che fu). Oggi i Prodigy sono un colosso della musica, suonano davanti ad un pubblico anagraficamente e musicalmente eterogeneo e i tempi in cui il video di ‘Smack My Bitch Up’ faceva scalpore su MTV sembrano ormai lontani. Ad accompagnare Keith Flint e soci nella data di gusto più electro del Rock in Roma (non ce ne voglia il fratello della perpetua di Don Matteo) ci sono i Die Antwoord, a un anno di distanza dall’esibizione di Villa Ada. Il trio sudafricano ha appena pubblicato il terzo album ‘Donker Mag’ in cui, se mai ce ne fosse bisogno, gli elementi hip-hop/trap e rave vengono ulteriormente portati all’estremo, perdendo però in sorpresa e mostrando i primi evidenti segnali di stanca. Ciononostante, dal vivo i tre continuano ad offrire uno spettacolo incisivo e volutamente kitsch. Il consueto quarto d’ora di cori gregoriani accompagnati a musiche degne della colonna sonora di ‘Eyes Wide Shut’ accoglie alle 21 l’ingresso sul palco di Yo-Landi Vi$$er, Ninja e DJ Hi-Tek incappucciati in tute arancioni fluo, a cui si affiancheranno frequentemente due ballerine. Si inizia – come l’anno scorso – con la doppietta ‘DJ Hi-Tek Rulez’ e ‘Fok Julle Naaiers’ che mette subito in chiaro come andrà il concerto. C’è spazio per i nuovi brani di ‘Donker Mag’: ‘Raging Zef Boner’, ‘Cookie Thumper!’, il singolo ‘Pitbull Terrier’ (cover stravolta di un pezzo di Emir Kusturica & The No Smoking Orchestra) con tanto di video inquietante proiettato sul maxischermo centrale. Yo-Landi si sveste man mano fino a rimanere in top e hot pants saltellando da un lato all’altro del palco con la sua vocina acuta, mentre l’imponente Ninja a petto nudo sciorina rime. Dell’esordio ci sono ‘Wat Pomp’ e ‘Rich Bitch’ mentre è ovviamente il secondo acclamato ‘Ten$ion’ a recitare il ruolo principale con ‘Fatty Boom Boom’, ‘Baby’s On Fire’ (su cui si palesa il già noto pupazzo-fantasma con fallo gigante) e, soprattutto, la hit ‘I Fink U Freeky’, durante la quale il pubblico sempre più numeroso si scatena. La nuova ‘Happy Go Sucky Fucky’ – straripante di “fuck” – e lo strumentale di stampo eurodance ‘Never Le Nkemise 2’ chiudono in bellezza un’ora di concerto prima che ‘Enter The Ninja’ – stavolta regna il total white nell’abbigliamento – faccia calare definitivamente il sipario sui Die Antwoord in qualità di unico bis. Avranno già detto tutto quello che potevano, ma dal vivo i sudafricani regalano sempre un’abbondante dose di fomento. Stay zef.

Servono 50 minuti di preparazione prima che, finalmente, arrivi il momento dei The Prodigy. Sullo sfondo giganteggia un telo con sopra un condor d’antan. Dal vivo Liam, Keith e Maxim si fanno accompagnare da due ulteriori membri: il batterista Leo Crabtree e il chitarrista (e all’occorrenza bassista) Rob Holliday. La partenza è mozzafiato: ‘Breathe’. Un pezzo che non lascia indifferenti, uno dei classici della discografia dei Prodigy. I suoni sembrano rendere giustizia alla prova della band, ma sfortunatamente con il passare del tempo la situazione andrà peggiorando. Keith appare appesantito e, se vent’anni fa solo a guardarlo trasmetteva inquietudine, adesso invece non c’è da essere impauriti. Maxim, invece, è ancora un autentico animale da palcoscenico, un vocalist capace di giocare il ruolo più determinante nel concerto. Vengono presentati alcuni dei brani che andranno a comporre il prossimo album: ‘Jetfighter’, ‘Rock Weiler’, ‘AWOL’. Con la magistrale ‘Voodoo People’ e una strepitosa ‘Poison’ – ancora Maxim mattatore – si torna al 1994. ‘Omen’ è il primo degli estratti da ‘Invaders Must Die’, seguito poco dopo dal dubstep mix di ‘Thunder’. Quando parte ‘Firestarter’ l’Ippodromo delle Capannelle, come logico che sia, s’infiamma. Non tutto è oro quel che luccica, purtroppo. La seconda mezz’ora del set (guarda caso, quella in cui Maxim è spesse volte assente e si prediligono i brani nuovi di zecca) appare più confusionaria e meno coinvolgente. Emerge tutto il mestiere dei Prodigy, a discapito di quell’impatto deflagrante che da una band di tal fatta sarebbe lecito aspettarsi. A rincarare la dose, l’impianto soffre sempre più le frequenze basse e, come già accaduto ai Queens Of The Stone Age, a un certo punto queste ultime tendono a prevaricare tutto il resto, smorzando l’inizio trionfale di ‘Invaders Must Die’ o, ancor più grave, inficiando la resa di ‘Smack My Bitch Up’. Su quest’ultimo brano, in ogni caso, non ce n’è per nessuno e, dopo che Maxim avrà ordinato al pubblico di abbassarsi prima della ripartenza finale, il salto finale sarà liberatorio, violento, sconquassante. Abbandonato momentaneamente il palco, i Prodigy vi faranno ritorno per eseguire i bis. Si parte con l’ottima ‘Take Me To The Hospital’, tratta da ‘Invaders Must Die’. Subito a seguire, introdotta dalla chitarra death metal, tocca a ‘Their Law’ rimarcare le vette raggiunte dagli autori di ‘Music For The Jilted Generation’. Ci aspetteremmo una ‘Out Of Space’ o una ‘No Good (Start The Dance)’ a chiudere il set, ma invece arriva una sorprendente ‘Hyperspeed (G-Force Part 2)’, direttamente dall’esordio ‘Experience’, in una versione più adatta ai canoni stilistici odierni (leggi: no breakbeat). Finisce così: poco più di un’ora di un concerto da cui è difficile trarre conclusioni. A prescindere dall’importanza storica e dalla qualità offerta in carriera, i Prodigy appaiono una band ancora vogliosa di incidere il proprio solco nelle mille strade che l’elettronica e il rock stanno prendendo in questi anni. Le capacità per farlo certamente non scarseggiano. Il mestiere tende tuttavia a prevalere sull’estro. Nel live romano è mancato il sangue agli occhi, la bramosia di distruzione, quel desiderio di fondere all’unisono le pulsioni del pubblico e di manovrarle a proprio sprezzante piacimento. Forse, per riaffermare la propria posizione sul trono, gli inglesi dovrebbero saper ripartire dalla cattiveria che è da sempre parte integrante del loro DNA.

Livio Ghilardi

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