The Pretty Things @ Init [Roma, 14/Maggio/2014]

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Lo so, lo so che hai dichiarato di esser contento della tua vita e della tua carriera, di come probabilmente non avresti sopportato una prigione dorata dovuta a sconfinata fama planetaria e, pur ammettendo che un po’ di soldi in più non ti sarebbero dispiaciuti, hai aggiunto che continuerai tranquillamente a suonar e divertirti con i Pretty Things, anche dopo questo tour che celebra addirittura i vostri 50 anni di carriera. Eppure mi chiedo se tu non ci abbia pensato almeno qualche volta, almeno  in termini di ironia del destino. In fondo, caro Dick, e scusami se mi son permesso di darti del tu dall’inizio, suoni lo stesso strumento di un altro musicista che sarebbe entrato di lì a qualche anno nel gruppo che hai contribuito a fondare con un Mick e un Keith. Poi, frustrato da quel Brian che la chitarra non voleva lasciartela, hai prima imbracciato il basso e quindi hai mollato preferendo gli studi e lasciando strada a un Bill che avrebbe completato un cerchio magico, poi riaperto causa abbandono proprio di Brian (che, di lì a poco, avrebbe fatto una brutta fine) e, infine, definitivamente assurto alla gloria dell’Olimpo delle rockstar pure per merito di un altro Taylor, anche il cognome uguale al tuo aveva quel chitarrista e il nomignolo quasi, pure lui Mick, e a quei Rolling Stones darà talmente tanto da tirar su una leggenda che lo vuole entrato nella band nel 1969 giovane per uscirne solo un lustro dopo vecchio, logorato e sfibrato. Sai Dick, è anche ad una tua immagine che lego alcuni dei miei ricordi da ascoltatore appassionato alle prime armi che, erano ancora i tempi delle scuole medie, aveva appena scovato tra i vinili di suo padre gemme di Beatles e Bob Dylan e che, leggendo un libro come ‘Il Rock, il nostro tempo nella musica’ di Alain Dister, cominciò un viaggio in un universo fantastico: in quelle pagine c’eri anche tu, barba accennata, capelli lunghi e sguardo duro, insieme ai Pretty Things vestiti in mise più singolari di Elvis o degli stessi “scarafaggi” visti nelle pagine precedenti, e anche lì, quasi come una condanna, quella foto era affiancata da una dei tuoi ex compari Stones, ritratti sotto a un tavolo da cui una signorina lasciava scivolare una gamba nuda.

Forse tutti quelli eccessi e una vita al massimo non ti sarebbero proprio piaciuti, forse hai preferito, sia pur inconsapevolmente, un’esistenza più tranquilla per cui oggi sembri uno splendido pensionato inglese, un po’ somigliante a Sir Richard Attenborough come lo ricordo in ‘Jurassic Park’,  nonostante pure gli Stones siano sopravvissuti, suonino ancora in giro davanti a folle sterminate e abbiano i loro travagli personali anche gravi ma i segni della corsa glieli leggi tutti su quei volti pieni di rughe. Anche quel Pete e quel Roger là suonano ancora per platee enormi o forse smetteranno presto, magari non ti è mai neanche importato di discutere con loro se quel capolavoro di ‘S.F. Sorrow’ sia uscito prima di/abbia ispirato quel ‘Tommy’ che pure viene citato come “prima opera rock della storia”, quando tu, Phil May e gli altri forse vi eravate rotti di semplici brani da tre minuti ben prima di loro, volevate dimostrare di esser “oltre” e sapete di aver fatto comunque centro con quell’album splendido, eppure la dannata curiosità di chiederti se tu non avessi mai sospirato pensando alla strada che non hai imboccato, alla vita che avresti potuto vivere forse se avessi insistito un po’ di più, magari se avessi detto a quel Brian che a te del basso non importava nulla, quella curiosità ce l’avevo. Poi, però, ho visto com’eravate belli e sorridenti nei vostri completi eleganti tu, Phil (pure gli occhiali da sole indossava!), Frank e quei due della sezione ritmica che per ragioni anagrafiche potevano esser tuoi nipoti, ho percepito la vostra carica e fin dal travolgente inizio con ‘Honey I Need’ vi ho visti onorare la vostra leggenda, il vostro culto, come meglio non avrei saputo aspettarmi. Vi ho visti omaggiare quel Bo Diddley di cui avete preso in prestito un brano per farne il vostro nome e credo proprio che sarebbe stato orgoglioso della mostruosa versione di ‘Mona’ che gli avete eretto, parlare di semplice dedica sarebbe ingiusto. Ho goduto del sorriso compiaciuto di Phil dopo lo “yeaaaaaah!” con cui il pubblico ha risposto al quesito se conoscessimo ‘S.F. Sorrow’ prima di attaccare la travolgente title track tra beat, coretti e psichedelia primordiale e ho riso vedendolo ballare e dimenarsi come un dannato, mentre quel completo da “iena” me lo faceva associare a un Micheal Madsen solo un po’ più avanti con l’età ma ancora in forma.

Di te, Dick, ho ammirato la sconfinata classe quando imbracciavi quella splendida Gibson e parevi un po’ imbronciato, per poi scioglierti donando schegge di finissima perizia, mirabili dialoghi con la Strato di Frank, con tiratissimi rock’n’roll protopunk come quella scatenata ‘Alexander’ ripescata dal repertorio degli Electric Banana, moniker dietro cui c’eravate sempre voialtri, oppure ‘Come See Me’. Quindi, ti ho visto pure prenderti totalmente la scena cantando ‘Baron Saturday’ e soprattutto ho applaudito l’eleganza delle tue esecuzioni alla slide guitar e non ho potuto fare a meno di immaginarti di suonarla in un giardino di una casa dalla parti di Dartford nel Kent, magari con un tè appoggiato sul tavolo vicino.E allora ho capito che vi piace ancora e tanto far ballare e vedere la gente dimenarsi anche in piccoli e fumosi club e fino alla fine, con altri brani energici come ‘Midnite To Six’ o ‘LSD’, e che l’applauso entusiasta di un pubblico piccolo ma eterogeneo e devoto vale per voi come se fosse quello dell’audience di Hyde Park e si vede dai vostri volti sorridenti e madidi di sudore. E anche dopo un set così tirato, tu eri subito là al banchetto del merch, a dedicarti generosamente a strette di mano, chiacchiere e foto, appenderò orgogliosamente al muro il poster del tour impreziosito dal tuo autografo. Sì, caro Dick, hai proprio tutti i motivi per esser contento di te, della tua lunga carriera, dei tuoi Pretty Things. Ma permettimi di scriverlo: sarebbe un mondo davvero splendido e giusto se in una futura notte di giugno, all’ombra del Palatino, ci foste voi a tirare la volata a “quelli là” che riempiranno il Circo Massimo. Anche solo per potervi immaginare tutti insieme a cena prima, proprio come una comitiva di vecchi amici: “Dì Mick, ti ricordi quella volta con Keith…?

Piero Apruzzese

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