The Pop Group @ Locomotiv [Bologna, 9/Settembre/2010]

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Altissimo, occhi spiritati, maglietta Everlast. L’uomo che in meno di tre anni (’78-’81) ha cambiato la vita dei (post) punkers dei tre decenni a venire, si aggira goffamente per la sala del Locomotiv. Un gigante buono. Una mina vagante. Uno che non ha mai fatto distinzioni tra vita e politica. Uno nato, solo per sbaglio, con la pelle bianca. Uno di cui avere soggezione. Uno che, si dice in giro, è appena andato a farsi una bevuta nel bar di fianco, tentando di (ri)portarsi dietro le bariste cinesi in cambio di un concerto aggratis. Un genio. (ovviamente) Un folle. La reunion del Pop Group non è un evento come tanti del genere. A nessuno è passato per la testa che questo live potesse essere un flop. E la spiegazione, sia chiaro, non è (solo) da ricercarsi in quello che Mark Stewart e co. si sono inventati trent’anni fa. La spiegazione risiede nella curiosità, nella trasversalità, nella mutevolezza – sebbene sempre legata ad alcuni capisaldi (schizzoidi) di un’attitudine generale – di tutti i componenti della band negli anni a seguire. Mark Stewart con la sua carriera solista, The Maffia e le interminabili collaborazioni. Dan Catsis (basso) con Glaxo Babies e Maximum Joy. Bruce Smith come batterista di Slits (parallelamente al Pop Group), New Age Steppers e PIL (giusto per nominare i più celebri). Gareth Sager (chitarra, tastiere e sax), anche lui, in svariate formazioni degli ’80. Questo il Gruppo Pop che torna dopo trent’anni, per la prima volta. Gente che non ha ripreso, a un certo punto, a reinterpretare se stessa. Ma è andata avanti. Troppo impegnato, Mark Stewart, a sperimentare altro. Troppo in continuo movimento per tornare sulle illuminazioni di ‘Y’. Troppo scontato, per lui, cedere ai corteggiamenti dell’ATP che – come racconta il giorno precedente, durante la presentazione di un libro sulla New Wave nel capoluogo emiliano – da anni gli propone un (sano) “Don’t Look Back” di ‘Y’ (e non a caso, aggiungiamo, saranno proprio i benefattori dell’All Tomorrow Parties ad ospitare la band, per due date, a Londra).

Quattro tipi arroganti, quelli del Pop Group. Arroganti e pretenziosi come l’esilarante clash tra Jamaica e (No) New York. Tra funk e free jazz. Tra punk e Captain Beefheart. Tra dub e Agit Prop. Il ragazzo in uniforme che ballava funk e fumava erba a quattordici anni, se la ride quando la musica del Pop Group viene definita avanguardia, ma è ben consapevole di aver consegnato alla storia il cosiddetto “Bristol Sound”. Numerosi i debitori, a partire da quel Tricky che, tra l’altro, era pure suo coinquilino. Numerosissime le influenze, tutte, in qualche modo, riordinate attraverso una sfrenata passione per la musica nera. Forse uno, in particolare, in quegli anni, il personaggio simile a Mark Stewart: è James Chance, oggi, però, decisamente meno lucido (!) del forever-young-bristoliano. L’unico motivo che ha potuto indurre Stewart a tornare col Pop Group è stata la possibilità di tornare indietro, ma facendo qualcosa di nuovo. Un album (‘The Alternate’, in uscita – impegni permettendo – entro il 2010) e un musical, scritto insieme a Kenneth Anger, che coinvolgerà anche The Last Poets e il regista Bruce LaBruce (!!).

Per il Pop Group, avremmo preso un aereo e saremmo volati a Londra. Suonano quindi come una benedizione (o una scusa mancata), le due date nel Belpaese. Il Locomotiv non è sold out, ma si riempie lentamente. Nel chiacchiericcio del giardino si sentono, mischiati, diversi accenti, anche più a sud del mio romano. Un live per intenditori. Per ortodossi trasfertomani nerd, col debole per i (veri) gruppi di culto. Di certo, non un live per nostalgici. Perché – ieri come oggi – c’è più freschezza e dinamismo in una band come il Pop Group, che nei tre quarti della musica britannica uscita nell’ultimo decennio. Sono passate da poco le 23. Stewart lo spilungone scompare dal parterre. L’intro è spiazzante. Due minuti di cantautorato francese (Leo Ferrè?) mentre si preparano gli strumenti. Ironia, supponiamo, mista alla passione di vecchia data del frontman per la letteratura d’oltralpe. L’attacco prepotente di ‘We’re All Prostitutes’, a questo punto, ha un effetto doppiamente galvanizzante. Funk torrido squarciato dalla tastiera deviata di Sager e dagli echi e delay, perfetti, della voce di Stewart. Suono impeccabile, dimostrazione per assurdo di come l’asimmetria possa risultare armoniosa. La platea è già un amalgama di teste che si muovono. Il Pop Group sul palco è tutto ciò che sapevamo essere sulla carta e su disco. Un miscuglio di Jamaica nera, con lunghe parentesi di dub scurissimo; il clarinetto completamente free; un Catsis mostruoso al basso; Stewart che balla, frenetico, mentre il suo vocione non accusa un colpo; il giovanissimo Alexander Alexi (alla chitarra, al posto di John Waddington), spocchioso quanto basta per stare dietro, e spesso farsi rincorrere, da una sezione ritmica di celebre primordialità. Forse meno sghembi e più ballabili, le pietre miliari di ‘Y’ rispondono tutte all’appello. ‘Words Disobey Me’ e ‘Thief of Fire’ che riportano dritti alla New York delle migliori ibridazioni disco-no wave. ‘She’s Beyond Good and Evil’ col suo delirio lucidissimo che apre al dub e mescola, incredibilmente, rumorismo bianco e groove nero. Proprio come lo sognavamo. Stortissima – come da copione – ‘Boys From Brazil’, mentre Stewart si dimena come un ragazzino tamponandosi con un asciugamano giallo. Un uomo dal basso profilo. A cui non frega un cazzo delle chiacchiere, perché ha troppe cose in testa per perdere del tempo. Tira dritto. ‘Forces of Oppression’ (forse l’unica, dal secondo, politicissimo ‘For How Much Longer Do We Tolerate Mass Murder’) è un combo che ricorderà la mirabile performance dei Liquid Liquid al Primavera Sound. Un paio di brani, vagamente rivisitati in chiave più accessibile, dal promo LP uscito nell’80 per Rough Trade (‘Trap’ e ‘Kiss the Book’) e poi la chiusura, struggente, di ‘We Are Time’, con Stewart predicatore visionario e le due chitarre post (pop) punk dritte e pulitissime verso la meta. Bis con dilatazione strumentale nel reprise di ‘We’re All Prostitutes’, ritorno richiesto a gran voce da un pubblico esaltatissimo. Applausi su applausi. Un’ora di live che non bastano solo perché di concerti come questi, in giro, non se ne vedono molti. Ma alla quantità, pare scontato, preferiamo di gran lunga la qualità. Qualche inguaribile nerd si ferma a fare due chiacchiere con Stewart, che si ciondola con noncuranza puntando, poi, dritto, al bancone del bar. Un’ora che merita, tutta, un viaggio fino a Bologna. E fino a qualunque live club che ci teletrasporti, magicamente, verso gli anni d’oro della più gloriosa new wave. Lasciando, rigorosamente, a casa la nostalgia.

Chiara Colli