The Pischellis @ Wishlist [Roma, 4/Marzo/2017]

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La nuova ondata di band italiane salite, negli ultimi anni, agli onori della cronaca, hanno in comune il fatto che si somigliano così tanto da sembrare tutte la stessa. Peccano in originalità e tra una nota e l’altra si percepisce senza fare chissà quale sforzo che il progetto è stato studiato a tavolino per andare incontro a quelli che sono i gusti del pubblico gggiovane (o non più giovane, ma che non vuole crescere) del Belpaese in questo determinato periodo storico. Non che sia per forza un male – per noi lo è – ma ad ascoltare brani che sembrano tutti scritti dalla stessa penna e musicati con lo stesso pc, ci annoia alla morte, almeno per chi vi scrive. Quando ci imbattiamo nella next big thing del momento che fa sold out in sequenza ai concerti a supporto del primo disco e che copiaincolla senza ritegno altre band senza nemmeno la scusa del revival, visto che si tratta di artisti loro contemporanei, il sentimento che ci coglie è l’insofferenza. Ci dà speranza chi invece si disinteressa di queste logiche del music biz (la musica a certi livelli dovrebbe essere passione e divertimento, non solo foto in posa e clic su YouTube) e con un bagaglio di menefreghismo e sfacciataggine si presenta sulla scena, ottenendo i favori di un pubblico che valuta solo la purezza dei loro intenti e il contenuto della proposta, come nel caso della band che siamo andati a sentire live un sabato sera di inizio marzo.

Arriviamo al Wishlist, locale del quartiere San Lorenzo, e puntiamo diretti l’ingresso, rendendoci ben presto conto che per accedere ci sarà bisogno di mettersi in coda. Il tesseramento annuale è obbligatorio e i due addetti in cassa non sono due fulmini di guerra. La coda è sintomatica, oltre che della già ben nota flemma dei dipendenti del locale, anche dell’attenzione che sta circondando, in maniera crescente, il quartetto romano, che proprio stasera presenta il suo primo long playing, ‘Bene’, fratello maggiore dell’EP dello scorso anno ‘Vojo fà l’amore coi Pischellis’. L’idea alla base del progetto è semplice quanto geniale: scegliere brani celebri con testi in lingua inglese, con un occhio di riguardo per quelli britpop, molto apprezzati dai membri della band, reinterpretare le musiche e metterci sopra dei testi in romano, meglio se con espressioni più vicine a quelle usate da un trasteverino di metà 900 che a quelle di un Millennials. I loro live sono sempre divertenti, spesso anche più di quelli di chi si presenta sul palco con maggiore serietà e credenziali. Per far capire meglio di cosa stiamo parlando a chi non li conosce, vi basti immaginare che la copertina di ‘Bene’ altro non è che una romanizzazione del disco ‘The Velvet Underground & Nico’, con la fava romanesca al posto dell’iconica banana e con i pezzi più apprezzati della loro produzione che rispondono al nome di ‘Passo Corese’, con la base di ‘Live Forever’ degli Oasis ed eseguita in quest’occasione a grande richiesta dal pubblico, ma anche ‘Moonlight Shadow’ che diventa ‘M’hai Lasciato’ e ‘Country Road’ tramutato nell’inno del quarto snob della Capitale, ‘Roma Nord’, anticipatore a livello temporale della guerra di religione che tra il serio e il faceto ha preso piede nell’ultimo anno tra le due principali porzioni della città. L’ironia, filo conduttore di tutti i brani, con la quale si raccontano storie che parlano di tutte le sfaccettature della vita quotidiana del romano medio, è accompagnata da un’ottima tecnica di base come strumentisti di Mancori e Martinelli che si alternano alla voce e suonano la chitarra, mentre Preziosi al basso e Forte alla batteria quasi mai perdono un colpo. La dimensione migliore del collettivo è quella live, è proprio lì che si gode al meglio il frutto del loro lavoro. Specialmente quando si ascolta un brano per la prima volta, come nel caso della cover di ‘Where is My Mind’ dei Pixies: si riconosce il brano, si cerca di prevedere come possa essere stata trasformata nel ritornello, ci si ragiona e poi ci si scioglie in una risata quando il nonno e il padre di un ragazzo, dopo aver raccontato le loro tecniche amorose chiudono il tutto con un ‘E Poi La Sdrai’, frase che dà il titolo a questo pezzo. Il pubblico si divide tra applausi e risate, ma è compatto nel reagire in maniera positiva di fronte a pezzi vecchi e nuovi. Nonostante i Pischellis si siano presentati a questo live con solo un ep all’attivo, molti fan richiedono a gran voce questo o quel pezzo, e in alcune occasioni la band può addirittura permettersi il lusso di lasciare il microfono agli spettatori che si improvvisano cantanti nei brani più famosi, resi tali quasi unicamente dalla fiorente e frequente attività live. Non hanno velleità di cambiare la storia della musica, e non potrebbe essere altrimenti partendo da basi non loro, ma anche facendo soltanto cover risultano essere più originali dei colleghi tricolori di quest’ultimo periodo. Che sia per bravura loro o limiti altrui, sono riusciti a ottenere un importante apprezzamento nel sottobosco musicale romano, scanzonati come quelli che non sentono l’esigenza di sfondare a tutti i costi e forse proprio per questo in grado di riuscirci più di chi si presenta pieno di sè e vuoto di contenuti.

Andrea Lucarini

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