The Phantom Surfers @ Traffic [Roma, 5/Gennaio/2006]

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[La cronaca musicale]

E pensare che me lo ero dimenticato. Completamente passato di mente di annotare nella mia agendina tascabile, tanto cara ad Hemingway, la data di questo evento. Colpa del trapasso dal vecchio al nuovo anno. Ci ha pensato però Aguirre a rinfrescarmi la memoria e a rendere uno strano e desolato giovedì festivo in uno dei giorni più divertenti della mia vita recente. Sul palco del Traffic tiburtino sono in scaletta i romani Cosmonauti, i toscani Ray Daytona & The Googoobombos e le vecchie leggende surf californiane The Phantom Surfers. L’aria diventa irrespirabile al primo accordo degli opener nostrani. Complice una sempre maggiore passione verso sonorità garage, vintage, surf punk e compagnia suonante. La band capitolina è attiva da quindici anni, discograficamente da dieci ed è dunque un piacere misto a sorpresa constatare quanta bravura ci sia nell’amalgama completamente strumentale del quartetto. A farla da padrone ovviamente l’utilizzo ad hoc del vibrafono che ricama ogni brano presentato. Sedici quelli in scaletta che scorre via tra l’urgenza di scaldare il folto pubblico e la voglia di divertirsi sulle note del loro perfetto surf costruito su autentiche leggende quali Chantays, Astronauts e perchè no Pyramids. In sala c’è un’aria strana, aria di non-sense e latente follia. Ben presto tutto questo esploderà come un vulcano sonnolento.

Quando salgono on stage i Ray Daytona (reduci dal terzo lavoro ‘Fasten Seat Belt’ uscito lo scorso anno con l’artwork realizzato dal celebre Winston Smith) tutta l’audience convenuta è sul piede di battaglia. La formazione comprende oltre agli strumenti classici anche il theremin e quell’iconografia d’atmosfera che non può ricondurre ad un background cinematografico che trova le sue basi nella fantascienza anni ’50 e nelle mirabolanti avventure della macchina da presa di Corman e Meyer. E’ surf punk arroventato. Tirato e sgraziato a tinte garage. Un’orgia che in Italia ha pochi eguali, soprattutto in un paese come il nostro dove l’importante è suonare, ed è suonare punk. Il quintetto è dunque un caso unico e al Traffic in questa anomala serata sembrano saperlo davvero tutti. Comincia un timido pogo tra le prime file ma la marcia in più viene innestata quando sul palco fa il suo ingresso Strobot! Strobot fa il suo ingresso di soppiatto. Si muove a scatti (ovvio), saluta i Ray Daytona, si rivolge al pubblico con indifferenza e prende a sberle i chitarristi. Quando esce con la puzza dei suoi fili scoperti ed il dubbio che sotto il carton-metallo ci sia una graziosa fanciulla, all’improvviso si impossessa della scena un pollo gigante assolutamente alticcio. Si comporta da animale colpito da aviaria e dunque allo stato terminale. Incita la gente, alza il calice e anche lui sfruguglia i musicisti fino a prendere il microfono e a blaterare frasi sconnesse e figlie della sbronza. Ma non è finita! Mentre un allibito Rockero non ha occhi che per la sua suicide girl che gli dispensa sorrisi a crepapelle… ecco entrare l’ambito trofeo della serata: la pagnotta! A brandirla come farebbe un calciatore sulla scalinata della premiazione di una coppa europea, è il temutissimo El Santo! Mentre il wrestler messicano con un balzo ha già aggredito la folla, fa la sua comparsa anche il supereroe smilzo. Mostra il pugno, convinto di poter battere al tappeto El Santo, fino a troneggiare con i due chili di pane fresco. Il vortice del pogo ha oramai elettrizzato il club, tutti infatti strepitano e urlano affamati di farina ed acqua. Mentre i Ray Daytona fanno da colonna sonora acida e furente a cotanto spettacolo d’altri tempi, Aguirre decide di menare la danza. Si fa travolgere dalla ferocia mista a gagliardia. Forte della sua invincibile nerditudine combatte a spron battuto. Nel frattempo accuso colpi al ginocchio, compresso su sbarre di ferro, che solo la vista della sofferenza altrui riesce a lenire. I Ray Daytona eseguono l’ultimo brano quando le sirene spiegate del delirio sono già penetrate in ogni singola persona. Schizzi di birra, bicchieri volanti e bestemmie amplificate corredano e chiudono il secondo show.

Si cambia il palco per l’ultimo set. Il più atteso. Ma ad ostacolare l’ingresso dei Phantom Surfers ci pensa il pollo gigante esanime al suolo con il microfono in mano, preso nell’immenso delirio della sua sbornia iper galattica. Qualcuno lo calpesta passandogli sopra la pancia fino a quando non viene trasportato di peso giù dal palco. In camicia bianca entrano poi alla spicciolata gli headliner, formazione californiana nata nel 1988, stretta parente dei leggendari Mummies. Da quella misteriosa garage band provengono infatti il drummer Russell Quan ed il chitarrista Maz Kattuah (passerà anche l’organista/sax Trent Ruane) mentre rimangono nei ranghi il chitarrista Mel Bergman ed il bassita Mike Lucas. Il loro look è ispirato al celebre Lone Ranger viste le mascherine nere ma anche all’abbigliamento da band strumentale di inizio anni ’60. E’ puro surf’n’roll d’annata. Quello che fa sballare e muovere anche le più paciose delle signorine accorse al Traffic, nel frattempo divenuto simile al girone dei dannati. Lo show ha inizio ed il pollo gigante ritorna minacciosamente on stage… disturba il panciuto chitarrista leader Bergman che gli assesta un colpo di chitarra in pieno petto (di pollo appunto) così forte da farlo volare sulla folla scalmanata in preda all’estasi orgiastica. OK per l’atmosfera ma questi sono professionisti che vogliono suonare. Dopo big kitchen arriva big cockhead! Un mod over 40 impellato come Shaft il Detective ciucco come un’otre di Chianti, comincia a più riprese a salire sul palco per salutare, baciare ed abbracciare Mike Lucas. Il bassista è disponibile. Una, due, tre anche quattro volte. Poi quando il tipo da spiaggia crolla a terra con tutta l’asta del microfono… partono le bestemmie da curva calcistica. L’amico non si farà più vivo. Lo show prosegue diretto come un uppercut di Ray Boom Boom Mancini… cogliamo Aguirre difendersi dagli attacchi dei wrestler, Cutrufio scappare al piano di sopra con la scusa di una camomilla, Rockero è appiccicato alla sua bella che alla fine del concerto vedrà bene di piazzare una lattina piena di birra gelata sulla faccia di un malcapitato danzatore pogatore! Intanto il nippo americano Quan ha lasciato la batteria (al suo posto Kattuah) per dedicarsi alla voce. E’ un’ira di Dio. Sembra la reincarnazione di Question Mark, anche nei movimenti a scatti e nelle improvvise svisate vocali. E’ lo zenith della serata. Tutta la gente è in movimento. Qualsiasi movimento. Quasi tutti sono sopra il livello alcolico di guardia. Stage diving forsennato e ultimi pezzi cantati in coro a squarciagola. Un solo veloce bis quando l’assalto al palco sta diventando concreto e impossibile da frenare. Volano ancora bicchieri. Volano lattine. Vola una serata irripetibile. Di puro rock’n’roll. Di pura follia. Ma è il bello della nostra passione. Ed il resto come sempre non conta un cazzo. Fine.

Emanuele Tamagnini

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