The Pains of Being Pure at Heart @ Traffic [Roma, 16/Giugno/2014]

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La leggenda vuole che i Cure debbano il loro nome ad un rimedio contro l’hangover. Si dice che per far regredire i postumi di una sbornia, la mattina dopo, non ci sia miglior rimedio che bere lo stesso distillato con il quale si è esagerato la notte prima. Non sappiamo se porti davvero dei benefici – probabilmente peggiorerà soltanto la situazione – ma abbiamo deciso di utilizzare lo stesso principio per guarire in un altro campo. Per farci passare la nostalgia da festival, da quel Primavera di Porto il cui braccialetto campeggia ancora sui nostri polsi, abbiamo deciso di fare la cura, quindi perseverare, andando ad un altro festival, dove peraltro la band di punta ha tra le sue ispirazioni proprio i Cure. E il cerchio si chiude. Il Roma Pop Fest è giunto alla quinta edizione ed è una certezza, uno di quegli happening ai quali puoi presenziare, anno dopo anno, senza il rischio di tornare a casa con meno che un sorriso. Il programma si divide in due serate, la prima delle quali al Traffic Live Club, locale di Via Prenestina che nonostante la sua distanza dalla nostra abitazione frequentiamo sempre con molto piacere, specialmente dopo gli ultimi interventi all’impianto che hanno migliorato sensibilmente la resa acustica dei live. Gli headliner di serata sono i newyorchesi The Pains of Being Pure at Heart, uno dei nomi di battaglia più azzeccati di sempre, visto che è capace di descrivere appieno la loro cifra stilistica e le loro liriche. Abbiamo sempre avuto un debole per loro, che ci ha portato ad assistere ad entrambi i live romani (uno persino con le stampelle, leggi) a supporto dei primi due lp, ed intrattenerci con loro al termine delle esibizioni. Prima dell’uscita del terzo album, il recente ‘Days of Abandon’, ci sono stati stravolgimenti in seno alla formazione, totalmente mutata fatta eccezione per il 34enne cantante, chitarrista e compositore Kip Berman. È lui ora ad occuparsi di tutto, dalla guida del van alla vendita del materiale a fine concerto. Lo vedremo sventolare i vinili proprio al termine del live, per richiamare l’attenzione dei potenziali acquirenti. Ma questa è la fine. Riavvitiamo il nastro con una penna bic e andiamo con ordine.

Arriviamo agevolmente in Via Prenestina, nonostante le ormai quotidiane minacce di temporale ci convincano a passare per il centro città e non per il raccordo. Qualche gocciolina in effetti scende, ma è roba da poco, specie se rapportata a quello che abbiamo visto nei giorni precedenti e soprattutto a quello che ci era stato minacciato dai meteorologi, categoria che sta guadagnando rapidamente posizioni nella classifica delle più odiate dagli italiani. Alcuni palloncini da festa delle medie, vero e proprio marchio di fabbrica del festival, saranno situati ai lati del palco, al nostro arrivo occupato dai The Fucking Shalalalas. Il duo romano, già apprezzato in varie occasioni e composto da Sarah Cecchetto ed Alex Lepre, propone un’idea di musica che unisce il retaggio rock (il nome del duo è ispirato al verso di un brano degli Arctic Monkeys) ad atmosfere folk. Se volete saperne di più, vi invitiamo ad ascoltare ‘Tiramisù’, brano conclusivo del live, suonato con ukulele e chitarra ed a nostro avviso il più catchy dell’intera produzione. Al termine della loro performance ci sarà giusto il tempo di invecchiare la propria pelle e danneggiare gravemente noi e chi ci sta intorno, stando a ciò che dice il pacchetto di Lucky Strike, prima dell’arrivo sul palco degli inglesi Fear of Men, equamente divisi tra uomini e donne. La tascabile cantante e chitarrista della formazione di Brighton, Jessica Weiss, sarà il collegamento ideale nella mappa concettuale della serata, visto che nel live dei Pains si posizionerà alle tastiere (in ‘Kelly’ e ‘Life After Life’ anche prima voce), nel comparto in passato occupato da Peggy Wang. L’esibizione dei Fear of Men non sarà molto lunga, anche perchè la esigua produzione della band, un album ed una raccolta di singoli degli esordi, non lo avrebbe permesso. I loro brani avranno dei picchi, ma risulteranno tutti più o meno uguali tra loro e, ancora peggio, ad altri già sentiti in passato, catapultandoci in una tipologia di live che ben conosciamo, quella in cui all’inizio siamo colti da un grande entusiasmo che però scemerà col passare dei minuti. Durante e dopo ci sarà modo di incontrare un paio di volte il frontman dei Pains, dapprima al bar di fianco al Traffic, dove aggiorneremo l’ultima foto scattata insieme, quattro anni or sono, e successivamente sotto il palco dei Fear, dove armeggerà col suo telefono, facendo foto agli artisti come uno spettatore medio. Infine arriverà il suo turno di salire sul palco, in solitaria, per aprire il live con una versione acustica di ‘Art Smock’, tratta dall’ultimo lavoro. Al termine del brano toccherà agli altri quattro componenti, molto più hipsterici nel look di quanto non fossero i loro predecessori, fare lo stesso. Nonostante l’affetto che ci legava alla vecchia formazione non possiamo negare che il rimpasto abbia apportato netti miglioramenti alla band, il cui passo in avanti risulterà deciso anche a chi era critico con loro. La Weiss, abituata nel suo progetto principale a muoversi perpetuamente sul palco con la sua chitarra, sembrerà spesso annoiata, in un ruolo di tastierista che non la vedrà molto impegnata, ma farà aumentare la qualità della band, risultata ritemprata da questo rimescolamento di forze. I testi dei nuovi brani sono al solito arguti, ma tra loro mancherà quella componente festosa delle vecchie hit, come ‘Young Adult Friction’ e ‘Come Saturday’, comunque recuperate per garantire un pieno di entusiasmo e mandare i fan in visibilio. Kip risulterà molto più mobile sul palco rispetto ai precedenti live e tenterà, senza molto successo, di dire qualche parola in italiano. Ci mostrerà le sue qualità canore in ‘Ramona’, primo brano dell’encore, cantato in acustico, in solitaria ed in parte anche a cappella. Poi rientreranno gli altri, per due brani, prima di salutare tutti con ‘Everything With You’ ed un arrivederci al prossimo album, al prossimo tour ed alla prossima data romana che speriamo confermi i miglioramenti mostrati nel corso della serata. Gli esami di maturità per molti non sono ancora finiti, ma per i Pains, almeno la terza prova, è stata brillantemente superata.

Andrea Lucarini

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3 COMMENTS

  1. Grazie per la recensione.
    Non mi trovi però d’accordo con quanto scritto dei Fear of Men che in realtà sono stati una bella sorpresa. Per niente monotoni.
    Ciao ciao

  2. Ciao Christian e grazie a te! I Fear of Men non sono stati male, ma li ho trovati troppo simili a band che conosco bene come Veronica Falls e Best Coast. La sensazione del già sentito mi ha fatto un po’ scendere l’entusiasmo. Riccardo i Coconutscale purtroppo me li sono persi, ma per quello che ho sentito su bandcamp non sono per niente male. Sarà per la prossima!

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