The Pains Of Being Pure At Heart @ Circolo degli Artisti [Roma, 24/Ottobre/2012]

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A quali concerti sareste disposti ad andare con le stampelle? Non molti, immagino, e lo stesso vale per me, ma a questo dei The Pains Of Being Pure At Heart non avrei mai potuto rinunciare. La mia passione per questa band ha origine nell’ottobre 2009 al Rough Trade di Portobello Road, negozio all’interno del quale acquistai il loro disco d’esordio basandomi su tre fragili elementi: la bellezza anni ’90 dell’artwork di copertina, l’irresistibile nome della band e l’unica canzone da me conosciuta (‘Young Adult Friction’), spesso presente nei dj set del mio club romano preferito: il ‘Fish ‘n Chips’. Dopo essere rimasto elettrizzato dall’ascolto della loro prima prova sul long playing ho avuto la possibilità di apprezzarli live e conoscerli più approfonditamente, districandomi tra le pieghe della loro ricca produzione musicale composta ad oggi da due lp, due ep ed una moltitudine di singoli e remix pubblicati senza soluzione di continuità, specchio della notevole ispirazione che li contraddistingue.

Così, quando lunedì sera dopo un infortunio ad una partita di calcetto mi sono ritrovato al Policlinico davanti a un medico che sentenziava: “distorsione, per una settimana non puoi camminare”, non ci ho pensato neanche per un secondo a mollare l’evento. Mercoledì sera verso le 21 ho inforcato le stampelle e benedetto Paolo e Giovanni per essermi passati a prendere sotto casa, portato al Circolo degli Artisti e soprattutto avermi aiutato in tutto ciò in cui pecca un uomo con una gamba inabile e le mani occupate dalle stampelle: guidare, aprire porte ed acquistare birre. Esattamente 1 anno e 11 mesi dopo il loro unico live a Roma, mi ritrovo nella stessa location ad attendere l’inizio dello show della stessa band. Stavolta c’è meno pubblico e non attacca la scusa che è un mercoledì, perchè lo era anche il 24 novembre 2010. Forse il pubblico si è un pò dimenticato di loro o semplicemente preferisce dedicarsi alle nuove “next big thing” salvo poi lasciarle al loro destino al secondo album, per il semplice gusto di dire che si tratta dell’ennesima band che non ce l’ha fatta e che ha fallito la seconda prova. Non è questo il caso, cari assenti. Opening act della serata sono i Flowers, trio londinese portato a spasso dai The Pains in tutte le date di questo segmento di tour europeo. L’androgina cantante Rachel, capello alla Giovanna D’Arco e felpa oversized che lascia tutto all’immaginazione, ci delizia con la sua voce alla Sinead O’ Connor (alla quale a dire il vero somiglia anche fisicamente) che svetta su atmosfere musicali noise e shoegaze. Bella sorpresa comunque, un apripista coi fiocchi che ben si associa alle atmosfere che verranno portate sul palco di lì a breve dai “Puri di cuore”.

Alle 23:10 sale finalmente sul palco la band con un nome così lungo da sembrare un titolo di una canzone degli Smiths e così triste e romantico da sembrare il titolo di una canzone degli Smiths. Nella sala si sta ancora abbastanza larghi ed io mi appoggio al muro di fronte al bar, con vista-Peggy, la tenera tastierista di origini asiatiche che si colloca sul lato destro del palco. Rispetto all’ultimo live romano i The Pains si presentano con un componente in più: si tratta di Connor Hanwick, ex batterista e poi chitarrista dei The Drums che porta a 5 i componenti della band, almeno per il momento. Si inizia senza fronzoli con due pezzi forti: ‘Heaven’s gonna happen now’ e ‘Belong’, tratti dal secondo e più recente LP. Questi brani ci mostrano subito come il frontman Kip Berman abbia acquisito maggiore personalità rispetto a due anni prima, quando si presentò sullo stesso palco ben più impacciato ed intimidito. Anni di presenze on stage in tutto il mondo, nonchè la partecipazione a festival importanti lo hanno forgiato in modo tale da non temere la seppur esigente platea del Circolo. Dopo l’inizio a spron battuto si prosegue con un brano ancora inedito, ‘Until the sun explodes’, che sulle prime fa pensare ad una cover di ‘Just like heaven’ dei Cure, band la cui aura aleggerà nell’aria durante tutta la durata del live. Il picco dell’entusiasmo si raggiunge verso la metà del set, quando la band attinge a piene mani dal primo omonimo album: con ‘Come saturday’ e ‘Young adult friction’ il pubblico si sente a casa, salta e si scatena tanto quanto un fan dei The Pains può fare: mediamente. Apprezziamo il gesto da band navigata di mettere un altro brano nuovo, ‘Kelly’, tra un duo e un altro di hits in modo da non far sentire troppo smarriti gli spettatori venuti ad ascoltare il loro repertorio più conosciuto. Peggy, la tastierista, in alcuni frangenti assurge anche a corista, ma il risultato di questo nuovo ruolo è sicuramente da rivedere: la sua voce è troppo alta e monocorde e stona specialmente se associata a quella più suadente di Kip. Con ‘My terrible friend’, ‘Everything with you’ e l’inno-manifesto ‘The Pains of being pure at heart’ si conclude “ufficialmente” la scaletta dopo soli 10 brani concentrati in 40 minuti. Eppure i ragazzi di Brooklyn hanno prodotto una mole di materiale tale da poter suonare tranquillamente il doppio dei brani. Accennano appena all’uscita dal palco per poi tornare nel giro di pochi secondi per gli encore, regalando ai fans altri due momenti emozionanti con ‘A teenager in love’ (…with Christ and heroin, per chi se lo chiedesse) e ‘This love is fucking right!’, due brani molto apprezzati tratti dal primo album omonimo. La canzone di chiusura è poi anche il brano di apertura del loro primissimo EP autoprodotto, risalente all’estate 2007. Appena finita di suonare l’ultima nota dell’ultimo brano la band saluta con un ‘arrivederci’ che ci rimanda al futuro o meglio alla sala accanto. Infatti dopo qualche secondo ritroviamo Kip e Peggy già dietro al banchetto del merchandising pronti a soddisfare ogni richiesta dei fan con autografi dispensati sempre con grande ironia, come quando sul casco di una ragazza Kip scrive ‘Stay Alive’, titolo di un loro splendido brano e un augurio più che sensato per un qualsiasi motociclista disposto a sfidare la giungla del traffico romano. Mentre ci allontaniamo, con un’andatura alla Dr. House, pensiamo a questa band ed al suo rifiuto ad una montagna di dollari che gli erano stati offerti per prestare la loro musica ad un’azienda che voleva inserire un loro brano in uno spot TV. Forse la loro scelta è stata più obbligata di quanto possiamo credere: i fan sarebbero aumentati, così le loro richieste, ed a questo punto come avrebbero fatto dei Puri di cuore come loro a dirgli di no?

Andrea Lucarini