The Pains Of Being Pure At Heart @ Circolo degli Artisti [Roma, 24/Novembre/2010]

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Sorseggiando caffè e milkshakes, discutendo dell’anarchia, scambiando opinioni su alcuni gusti musicali in comune (The Exploding Hearts, Titus Andronicus, Melody Club e le B-sides degli Oasis), tirando tardi fino alle 3 di mattina tra i tavoli del Cake Shop al 152 Ludlow Street di New York. Sono nati così i The Pains Of Being Pure At Heart. Una delle sensazioni più spiccatamente pop della nuova (ultima) movimentazione sonora “coast to coast”. Ammirano Crystal Stilts, caUSE co-MOTION e Vivian Girls, hanno sulla bocca K Records, Slumberland, Elephant 6 e Magic Marker. Sono giovani, carini e fortunatamente per loro non più disoccupati, visto che l’omonimo album di debutto, salito al numero 9 della chart di Billboard, ha evidentemente riempito a dismisura le casse di un piatto che solo un paio di anni prima piangeva speranzoso di riuscita.

Questa è la New York degli anni ’10. Prendere o lasciare. Inutile sforzarsi di non capire o snobbare, inutile far finta che questa città sia rimasta la stessa di quando per strada camminavano solo pantaloni a zampa d’elefante, di quando l’arte veniva creata, sviluppata ed esportata a lettere maiuscole. Quella New York è sui libri di storia. Oggi la “grande mela” è a buon mercato. I marciapiedi non hanno smesso di maleodorare, l’effetto rovina-regressivo degli Strokes è svanito, ma lo scenario è decisamente cambiato. Così dopo aver positivamente accolto il progetto The Depreciation Guild di Kurt Feldman appena due mesi fa (leggi), la curiosità è tale da spingerci oltre la cortina di sano freddo novembrino, per assistere alla performance degli “young 4” in rampa di lancio col secondo album ‘Belong’.

Puntuali alle 22.30 la band arricchita di un elemento piomba sul palco quando la sala è già ormai gremita. Ma da subito c’è qualcosa che non va. Qualcosa che non “arriva”. E non è certo la loro spiccata devozione verso gli anni ’80, così spiccata da rasentare il plagio soprattutto nei confronti degli Smiths (con cui aprono il concerto praticamente) e dei Cure (‘Just Like Heaven’ si manifesta a metà set), ma è il sapore delle chitarre a non convincere, decisamente per niente gently, per niente jangly. Seppur forti di un album che si lascia ascoltare e gustare a ripetizione, pieno come è di singoli spaccacuore, dal vivo la band americana difetta. Manca il guizzo, il colpo d’ala prima ancora che quello di coda, manca la voce (molto stonata) che si perde dentro agli ampli per tutta la durata del brevissimo concerto, manca finanche il “tiro” che solo in un paio di occasioni, quelle più marcatamente reiterate, riesce a far capolino in maniera riuscita. Ne risulta un’esibizione attutita, linearmente piatta, stordita. I singoli vengono accolti con giubilo dalle prime file, arriva anche quello nuovo che ha fatto discutere per la dichiarata intenzione di suonare come gli Strokes, ma che fortunatamente dal vivo smussa e copre quella voglia malsana, giungono anche i Belle And Sebastian e senza pudore alcuno anche i Jesus & Mary Chain in uno dei più orrendi tributi involontari a ‘Just Like Honey’ (gara che viene nettamente vinta dai Thrushes di ‘Heartbeats’ – guarda).

Dopo mezz’ora salutano ed escono. Quindi ritorna Kip Berman per un inspiegabile brano solo voce-chitarra, dopo aver ringraziato e osannato la loro prima tappa romana, prima che i compari tornino per un finale che conduce e allunga la serata fino ai sessanta minuti di musica. Questo è quanto. Questa è la New York degli anni ’10. Prendere o lasciare. Inutile sforzarsi di capire, forse inutile anche emozionarsi.

Emanuele Tamagnini

18 COMMENTS

  1. Questa recensione mi pare un pò severa! a me non sono sembrati così piatti, nè il cantante stonato tout court. Hanno portato quel che mi aspettavo, probabilmente anche qualcosa in più. Freschi, divertenti, gradevoli. Secondo me, non male.

  2. Ma lo sproporzionato prezzo del biglietto di questa modestimissima performance aveva lo scopo di ammortizzare i costi dell’elengantissima targa color morte che incastona il nome del locale tra due note di sol? se si, mai denaro fu meglio speso. se no, aridatece i discharge

  3. Anche io giudico la recensione un po’ troppo severa.
    Il gruppo dal vivo suona per davvero, inoltre l’acustica del Circolo mi è sembrata molto più convincente che in molte altre occasioni.
    Le due chitarre (unite insieme) avevano un suono pieno, sognante e equilibrato, e la voce non mi è dispiaciuta affatto. Insomma, in ambito indie e shoegaze si è sentito di molto peggio quanto a performance vocali.

    Semmai l’elemento deludente, anche se in fin dei conti prevedibile, è stata la monotematicità dei brani. Tutti similissimi tra di loro. Stesso ritmo allegro, stessi giri melodici di chitarra e voce (molte volte in re), cantato smithiano a più non posso.
    D’altronde, però, l’album dei Pains tanto osannato da tutti gli addetti ai lavori (e in fin dei conti anche dal sottoscritto) è veramente così: leggero e adolescenziale. Sarebbe stato troppo chiedergli di snaturare la loro natura.

  4. La recensione è senza dubbio severa oppure il recensore aveva non so quali aspettative.
    Anzi sono rimasto sorpreso quanto il suono sia rimasto preciso e simile al CD (il che stranamente non mi ha sconfortato, in genere preferisco distorsioni e libere interpretazioni nelle performance live). La voce in effetti veniva sommersa ma mi sembra del tutto normale in un concerto.
    Ma non giudico il concerto su aspetti tecnici ma nell’atmosfera che si crea. E penso sia stata ottima.
    Erano visibilmente emozionati e si vede che sono ancora “giovani e freschi”.
    Incalzavano una canzone dopo l’altra quasi per timidezza cercando di non lasciare tempi morti (non lo interpreto affatto come un “finiamo presto e andiamocene a casa” ma piuttosto mi sembra che cercassero conforto e sicurezza nella loro musica).
    Le canzoni in effetti si assomigliano (c’era da aspettarselo se si conosceva il CD) ma riescono comunque sempre ad avvolgerti.
    Insomma secondo me è stato un concerto eccellente e spero che tornino presto a Roma!

    P.S: per quanto riguarda il prezzo del biglietto sono ben contento di contribuire un pò di più per giovani band promettenti e etichette eccezionali come la Slumberland. Se uno lo trova eccessivo basta non andarci al concerto!!!

  5. Scusate ma dove lo sentite il cantato alla Smiths? Dov’è Morrissey in quel cantato? Davvero, certi accostamenti mi sembrano un po’ forzati e fatti così, tanto per…

    Il live non m’è sembrato pessimo, a me che loro proprio non vanno giù. Alla fine non è stato, non voleva essere, e non doveva essere un concerto con pretese particolari. Non si cerca il jungle ma il muro sonoro più sporco e ridondante, non si cerca il fine arpeggio ma la schitarrata un po’ gay (certo, le schitarrate non gay le fanno altri gruppi che non fanno parte di questo genere), non si cerca una melodia particolare per il canto ma una vocetta molto anonima che si destreggi tra le note. Questo è il movimento indie osannato da Pitchfork. Carino, ma niente di davvero interessante. In sintesi: non me la prendo con loro per il concerto, il fatto è che questi ragazzi hanno suonato tre belle canzoni nella loro carriera (ed una è una cover dei Field Mice) e poi hanno fatto un gran lavoro di copia/incolla.

  6. Miei cari amici lettori. Per Michele: “Semmai l’elemento deludente, anche se in fin dei conti prevedibile, è stata la monotematicità dei brani. Tutti similissimi tra di loro. Stesso ritmo allegro, stessi giri melodici di chitarra e voce (molte volte in re), cantato smithiano a più non posso.”. E TI PARE POCO?

    Per Christian: il sottoscritto non aveva nessuna aspettativa particolare. Conoscendo bene il disco avevo solo la voglia di una conferma dal vivo, che personalmente ritengo non ci sia stata. Perchè soffermarci ancora sul fatto della timidezza? E’ una giustificazione? Se continui ad essere timido dopo qualche anno di gavetta, fatta nei club di New York e non a Frascati, forse c’è qualcosa che non va. Detto questo, risvolto comunque marginale, ho trovato la band mediamente piatta. I Depreciation Guild del batterista, ad esempio, si che sono stati molto molto più potenti, molto più abrasivi, molto più in palla. Mi dispiace ma di avvolgente non ho trovato nulla. E neanche di fresco. Anzi.

    Per Stefano. Chi ha parlato di cantato alla Morrissey? Hai letto bene? Parlare di plagio agli Smiths è un’altra cosa. Il twee pop del resto poggia le basi proprio sulla lezione smithsiana… insomma tutto torna. Ho parlato di “jangle” non di “jungle”… quella è un’altra cosa! 🙂
    Poi francamente non so cosa intendi per schitarrata “gay”. Mah.

    Ognuno è libero di ascoltare, pensare, esprimersi, vivere la propria esperienza musicale come crede. Ci mancherebbe. Come noi siamo liberi altrettanto di giudicare, scevri dai sentimenti che possono prendere il sopravvento quando si tratta di argomentare band o artisti che ci stanno a cuore.

  7. concordo parecchio.

    mi son piaciute le chitarre, ma la voce no..
    e se l’album ha (aveva?) una freschezza di fondo,
    dal vivo i p.o.b.p.a.h. mi son sembrati alquanto piatti, mosci e molto molto paraculi.

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