The Others @ Jailbreak [Roma, 16/Ottobre/2005]

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L’interessantissima nuova stagione artistica del Jailbreak propone un’altra fetta dell’arrembante “nuovo” rock made in UK. Sono di scena i quattro The Others direttamente dalla gavetta underground londinese. La serata domenicale riesce comunque a far pervenire nel locale tiburtino un nutrito crocchio di scalmanati personaggi che supportano i musicisti dalla prima all’ultima canzone. La band ha all’attivo un solo album omonimo uscito sul finire del gennaio scorso per la storica Poptones (in scuderia anche King Biscuit Time e The Hives) e sta attualmente lavorando al secondo disco, tant’è che alcuni brani nuovi ci vengono proposti in confezione primizia. Gli Others non tengono conto degli orpelli, non hanno tempo per fare shopping alla moda, non hanno cravatte e camicie a tinta unita, non scimmiottano (apparentemente) nessuno. Passi il bassista chiomato come Robert Smith ma il look è davvero secondario. Facendo le solite ricerche biografiche al simpatico/smilzo singer Dominic Masters viene sempre affiancato il nome intoccabile di Iggy Pop. Paragone ridicolo e falso. Non c’è cosa peggiore di scrivere per sentito dire, scrivere riportando. Il ragazzo di Bristol fisicamente somiglia ad un giovane Richard Ashcroft, mentre il visetto con capigliatura a fungo non può che ricordare Valentino Rossi! La sua carica vitale, le urla a tratti dilaniate e la gestualità si avvicinano invece a Cedric Bixler periodo ATDI. Piace la seconda parte dello show quando i nostri presentano, come detto, una manciata di pezzi nuovi di zecca assai più oscuri e lancinanti (ma il giro di basso è perennemente sempre lo stesso) di quei dodici che compongono l’unico (per ora) lavoro in studio. Se su disco il piattume emergeva in superficie quasi da subito (non mi capacito di come sia stato osannato con votazioni massime dai soliti 2-3 magazine nicchiosi che riempono immeritatamente gli scaffali delle edicole nostrane) dal vivo hanno il merito di riuscire a serrare le fila e divertire senza annoiare. Purtroppo l’amicizia di lunga data con gli ex Libertines (il singolo ‘Stan Bowles’ è velatamente dedicato a Pete Doherty) si fa sentire per lunghi tratti e questo non depone certo a favore dei giovinastri. In conclusione un onesto concerto di un gruppo che non può rappresentare il futuro del rock (o del pop fate voi) made in Gran Bretagna. Simpatia e semplicità salvano Masters e soci da un inevitabile quanto pronosticabile anonimato.

Emanuele Tamagnini

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