The Offspring + Pennywise @ Postepay Sound Rock in Roma [Roma, 2/Agosto/2017]

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Intorno alle 23 tornerò ad avere 14 anni. E’ questo il pensiero che mi ha accompagnato per tutta la giornata che precede il ritorno degli Offspring a Roma. Già, perché sebbene si parli di una band che nel 2017 (ma anche da molto prima) non ha decisamente più molto da dire, in questi casi l’aspetto nostalgico abbatte qualsiasi muro di ragionevole realismo. Però poi seguono altri pensieri. OK, io magari tornerò anche quattordicenne per un’oretta e mezza, ma loro? Dexter Holland va per i 52 anni, speriamo bene, perché i concerti nostalgici sono un’arma a doppio taglio, da una parte ti inebriano riportandoti all’adolescenza, dall’altra ti sbattono in faccia che il tempo passa inesorabile sia per te che per i tuoi idoli d’allora. Devo confessare che prima di recarmi verso l’ippodromo delle Capannelle avevo dato una sbirciata alle scalette degli Offspring, per controllare che non ci fossero troppi pezzi “nuovi”, anche perché diciamocela tutta, se ’Smash’ (1994) segnò la svolta, ‘Ixnay On The Hombre’ (1996) fu la conferma e ‘Americana’ (1998) l’apice, il successivo ‘Conspiracy Of One’ (2000) anziché la consacrazione, si rivelò il canto del cigno, poi praticamente il nulla. Lo conferma anche l’età del pubblico presente, che oscilla tra i 25 ed i 40. In effetti analizzando le band “colleghe” di quel periodo (escludendo i Blink 182, usciti molto dopo gli Offspring), gli unici ad aver fatto davvero il salto che gli è valso la consacrazione sono stati i Green Day, che ad un certo punto della loro carriera si sono rivelati capaci di sfornare un disco come ‘American Idiot’, riuscendo a dare a quella scena pop-punk californiana uno spessore difficilmente immaginabile ed assicurandosi quindi una meritata seconda giovinezza, con conseguente ricambio generazionale tra i fan. Pubblico over 30, ma anche molto nutrito, sono 4000 i presenti più o meno, merito probabilmente anche dei Millencolin e dei Pennywise a supporto, che hanno conferito all’evento quel clima da rendez-vous imperdibile che ha attirato anche quelli che non sarebbero andati solo per gli Offspring (per alcuni rei di essersi sputtanati da ‘Americana’ in poi), perché all’epoca probabilmente erano affezionati a band più fedeli al contesto underground, come le due sopracitate o anche i NoFx, No Use For A Name e chi più ne ha più ne metta. Anzi, a dirla tutta ho sentito più di una persona affermare di aver acquistato il biglietto esclusivamente per vedere i Pennywise che, nonostante le pance divenute a dir poco prorompenti, hanno infiammato gli animi nel pubblico con un mix di classici, cover sapientemente scelte (‘Blitzkrieg Bop’ dei Ramones, ‘Territorial Pissings’ dei Nirvana e ‘Stand By Me’ di Ben E. King) e quegli espedienti da fomento facile tipo “how do you say fuck off in italian?… Vaffanculo!” oppure “Fuck Donald Trump”, ecc. ecc.

Va bene, rientra tutto nel cliché scanzonato che deve esserci e siamo qui per questo, nell’aria si respira diventimento e ci si prepara alla portata principale. Quando salgono gli Offspring c’è un boato, si parte con ‘You’re Gonna Go Far, Kid’ e ‘Half-truism’ dal penultimo lavoro ‘Rise and Fall, Rage and Grace’ (2008), con in mezzo un classicone come ‘All I Want’. Ho una paura enorme delle canzoni più recenti, se non altro perché l’ultima volta che mi sono imbattuto in un “nuovo singolo” della band americana si trattava di un pezzo chiamato ‘Cruising California’ che mi mise una tristezza infinita, che guardando il video dissi “madonna, come si sono ridotti gli Offspring, poveracci…” fortunatamente però trovo la band in ottime condizioni, le “nuove” canzoni sono poche e nell’economia della setlist tutto sommato non stonano nemmeno troppo con i vecchi cavalli di battaglia. Noto che nella formazione manca Noodles, il chitarrista storico, quello che faceva il bidello e la leggenda vuole che entrò nella band perché, essendo più grande di età, poteva comprare gli alcolici quando Holland e Greg K (bassista) erano ancora minorenni. Inizialmente mi sono anche preoccupato, poi però ho visto un suo annuncio su Instagram in cui spiegava di aver dovuto abbandonare il tour a causa di motivi familiari. La scaletta si rivela pressoché perfetta, perché di fatto ha tutta l’aria del classico “greatest hits”, se la memoria non mi inganna credo che non manchi nessun singolo e gli altri estratti sono scelti magistralmente tra quei 3 album che hanno fatto grande la band californiana nella seconda metà degli anni 90. A sorpresa spunta anche la cover che non ti aspetti, infatti di punto in bianco Holland e soci se ne escono con ‘7 Nation Army’ dei White Stripes, che ovviamente vince facile nel clima di festaiolo di Rock In Roma. Il sound è compatto, la voce tiene come sui dischi, saltano, ballano e cantano tutti, devo dire che mi aspettavo peggio, ma sono felice che gli Offspring mi abbiano smentito, dando vita ad uno show davvero divertente e ben fatto. Onesti.

Niccolò Matteucci

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2 COMMENTS

  1. A me gli Off sono sembrati invece decisamente BOLSI. Meno male che ci sono stati i Pennywise che hanno risollevato un pò la situazione.

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