The Ocean @ Traffic [Roma, 10/Novembre/2013]

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Una serata un po’ così. Sì, la serata un po’ così la conosciamo tutti: dopo aver cenato esci di casa, sali in macchina, vai dove devi andare, fai quello che devi fare, e poi riprendi la macchina e te ne torni spedito a casa pensando tra te e te che avresti potuto rimanere sotto le coperte a leggere un bel libro piuttosto che prenderti tutta questa pioggia che dannazione ti fa pure slittare la macchina su via dei Fiorentini. Certo che però gli Shining… Domenica è stata una serata un po’ così. Quando arrivo al Traffic vengo accolto da un vero e proprio nugolo di metallari d’ogni razza ed ogni età; alla mia destra sento dei giovinotti che, mi pare, stiano parlando in termini entusiasti dell’ultima uscita discografica dei Megadeth. Mio Dio, il duemilatredici, ancora a parlare dei Megadeth? Dopo aver attraversato la fase paleolitica della musica, mi ritrovo alla fase neolitica una volta che entro nella sala. Gli Hacride, band francese che su registrazione presenta un death metal molto curato e sofisticato ma non tanto da esser definibile progressive (secondo la mia personale opinione assolutamente non corrisposta dalla maggior parte degli esperti nel settore), nella versione live sono obiettivamente un altro gruppo. Gli Hacride versione live sono la classica band metallara che immagina il genitore medio quando vede suo figlio per la prima volta con una maglietta dei Metallica: picchiano duro e strillano tanto. Sì, ma poi nient’altro. Quelle déception! Tempo di una sigaretta e poi attaccano i Tides From Nebula, post-rock polacco che più canonico ed inflazionato non ce n’è. Va ammesso che in sede live rendono molto di più rispetto alle registrazioni, e per il genere è una rarità questa, ma restano il classico gruppo che ti accompagna timidamente durante la serata, per finire poi inevitabilmente nel dimenticatoio (sfido chiunque di voi a mantenere fede ad un post-rock banale e così terribilmente normale: dilatazione e sfuriata, riappacificazione, nuova dilatazione, nuova sfuriata, tutto condito da suoni pulitissimi che mettono in risalto la loro propensione alla melodia). Insomma, non erano male, ma il post-rock ha ben altro da dire.

Un’altra sigaretta e poi è il turno dei norvegesi Shining, da non confondere con gli Shining svedesi. Se gli svedesi infatti risultano essere una delle più affascinanti realtà black metal di stampo depressive uscite negli ultimi anni, gli Shining norvegesi sono invece il gruppo che meglio, la sto per dire grossa, è riuscito ad interpretare il progressive in ambito metal. E se non sono i migliori, cosa probabilmente vera, sono comunque tra gli esponenti più capaci ed interessanti. Nonostante l’impatto sonoro della band si può cogliere immediatamente con una certa facilità come essi abbiano prediletto seguire le orme di maestri come i King Crimson (il che provato dall’esecuzione magistrale della cover di ’21th Century Schizoid Man’), piuttosto che il sentiero tracciato dal connubio Pink Floyd-Deep Purple, in cui si è prog solamente o perché si concedono all’ascoltatore lunghe suite che sono tediose agonie, o perché si suona velocissimo con mille cambi di tempo e diecimila headbanging al minuto. Gli Shining invece spaccano la canzone in mille frammenti che rincollano violentemente tra loro, dando all’inizio un’impressione piuttosto caotica che va scemando man mano che si impara ad ascoltarli. Presenza live impeccabile, esecuzione perfetta, e cover dei King Crimson che fa accapponare la pelle. A questo punto gli Ocean mi sembrano una band piuttosto superata, finita, incapace di potermi dire chissà cosa. Per carità, ‘Pelagial’ è un disco incredibile, tutta la discografia degli Ocean è una sequela di piccoli capolavori, ma un’esibizione come quella degli Shining ha rapito tutta la luce disponibile lasciando agli altri solo una sfocata ombra. I tedeschi tornano in Italia dopo pochi mesi e ripropongono il loro ultimo lavoro, dimostrando come al solito la loro incredibile oculatezza nella scelta dei suoni e la loro capacità di creare meravigliose atmosfere sonore, guidate dalla voce estremamente duttile di Loic Rossetti. Ma purtroppo il rischio corso dagli organizzatori di creare un evento così variegato ed eterogeneo si è fatto realtà: l’impatto di una band folle, pazzesca, incredibile come gli Shining ha letteralmente surclassato gli headliner The Ocean, forse un po’ troppo “intimi” nel sound per poter scalfire un cuore che ormai era stato concesso ad altri. È come quando la ragazzina carina che ti piaceva da qualche mese si fa viva, ma troppo tardi, quando tu hai appena conosciuto una bellissima ed esuberante Lesbia che in quadriviis et angiportis glubit magnanimi Remi nepotes. Quale delle due frequenteresti?

Stefano Ribeca

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