The Notwist @ Monk [Roma, 6/Aprile/2017]

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I Notwist sono tra i maggiori esponenti della seconda golden age della musica moderna tedesca (la prima rimane chiaramente il Krautrock degli anni ’70). La scena di cui stiamo parlando si è sviluppata nel decennio che va a cavallo tra l’inizio degli anni ’90 e la prima metà degli anni ’00. Il suono che la contraddistingue è di matrice elettronica e prende forma da una ragionata commistione tra l’elettroacustica e il pop più raffinato, tra il post rock e la glitch music, tra l’i.d.m e le distorsioni elettrificate. Prende il nome di “Indietronica”, fa riferimento soprattutto al lavoro di etichette come la Morr Music e la Kitty-Yo ed ha la capacità di influenzare persino l’evoluzione di figure importanti come i Radiohead. Il gruppo nasce come trio nel 1989 a Weilheim, vicino Monaco di Baviera, formato dai fratelli Markus e Michael Acher, rispettivamente chitarra/voce e basso, insieme a Mecki Messerschmidt alla batteria (uscito dalla band nel 2007). L’esordio omonimo del 1990 e “Nook” di due anni dopo, sono album rock dal suono caratteristico di quell’epoca e mischiano post hardcore con metal, punk e indie rock. C’è chi ai tempi lo ha definito grunge europeo. Con la pubblicazione di “12” del 1995 iniziano a sporcarsi con l’elettronica. Pur mantenendo alcuni brani più ruvidi, limitano diverse asprezze del loro suono precedente, anche concettuali, tanto da essere inseriti nel calderone del boom del post rock di quegli anni. La svolta avviene nel 1997 grazie all’ingresso in formazione di Martin Gretschmann (a.k.a Console, uscito nel 2015) alla programmazione e la pubblicazione nel 1998 di “Shrink”. La sperimentazione della materia rock (indie o post che sia) ed un uso più consapevole dell’elettronica, li porta a sviluppare uno stile personale e riconoscibile, rendendoli sempre più protagonisti nella scena musicale alternativa. L’uscita di “Neon Golden” nel 2002 rappresenta una crescita ulteriore per la band. I brani acquistano una profondità maggiore e le melodie diventano più accattivanti, il pop raffinato ed emozionale che lo caratterizza conquista anche il pubblico americano e le vendite premiano una qualità che diventa subito marchio di fabbrica. La cifra stilistica raggiunta in questo disco rappresenterà però il punto di non ritorno per la band. Da allora pubblicheranno solo due album in studio, impegnati anche nell’attività delle loro formazioni parallele, come Lali Puna, 13&God, Tied & Tickled Trio e Ms. John Soda. “The Devil You + Me” del 2008 e “Close to the Glass” del 2014, sono entrambi dischi di buona fattura, con qualche elemento musicale che segna anche lievi diversità con il passato, ma senza quell’eccellenza che li aveva distinti precedentemente. Lo stesso concetto vale soprattutto per la colonna sonora “Storm” del 2009 e per la raccolta di inediti “The Messier Objects” del 2015. Discorso diverso invece per il doppio live “Superheroes, Ghostvillains & Stuff”, uscito ad ottobre del 2016 e che documenta la capacità di mantenere intatta dal vivo una classe per tanti aspetti ancora cristallina.

Alle 22.45 il gruppo sale sul palco. Markus Acher suona la chitarra elettrica, canta educatamente in due microfoni dai settaggi differenti e aziona un giradischi, mentre suo fratello Michael suona il basso elettrico e un basso synth. Con loro ci sono Andi Haberl alla batteria, Max Punktezahl al fender rhodes, alla chitarra e a gestire una tavolata di effetti, Karl Ivar Refseth al vibrafono, alle percussioni e manipolazioni varie e Cico Becka alla chitarra acustica e al synth. Il tempo che Markus dia la buonasera ad una sala gremita ai limiti del sold out ed esprima la soddisfazione di suonare a Roma questa sera, che le note di “Signals” ci introducono in maniera felpata alla serata. La coda del brano si aggancia subito a “Come In” singolo del 2009 che qui mantiene tutta l’originaria delicatezza seppur priva della parte di archi. La partenza è fin troppo morbida ma forse è solo una questione di volumi, particolare che i tecnici della band risolveranno in una manciata di brani, mentre la definizione dei suoni sarà impeccabile per tutto lo show. “Kong” alza il tiro e coinvolge ancor prima del bel crescendo finale, facendo muovere le teste dei presenti e raccogliendo consensi. “Boneless“ è una classica melodia dei Notwist e ha quel consueto incedere indolente che però in quest’occasione rimane compresso nella sala. “Into Another Tune” è uno dei picchi della serata. Parte spoglio e la voce di Acher si adagia sui contrappunti delle tastiere, diventa kraftwerkiano nella parte centrale e poi si compie in un finale psichedelico lungo ed avvolgente. “Trashing Days” scivola via senza guizzi particolari se non nel finale elettronico con richiami etnici. “This Room” parte arrembante, cresce denso e serrato, trattiene a stento sferzate noise e si conclude con una coda quasi impro jazz. Bello. “Puzzle” è il classico pezzo indie rock chitarroso preso dai Novanta e tirato a lucido per l’occasione. “The Devil, You + Me” è una filastrocca lenta e ipnotica, una ballata per animi sensibili, che purtroppo nel fondo della sala darà modo ai soliti maleducati di sfoggiare il loro classico ed inopportuno chiacchiericcio molesto. Per fortuna una versione esagerata di “Run Run Run” azzittisce tutti, grazie ad un crescendo prodigioso che culmina in un finale quasi trance. “One With the Freaks” si snoda sinuosa in tutta la propria grazia, levandosi in aria ed accarezzando con dolcezza le fronti dei presenti. “Pilot” conclude in maniera suntuosa la prima parte del concerto. Parte standard ed accoglie subito il boato del pubblico, si concede una parte centrale dub calda e paludosa, che sfocia in una ripartenza techno minimale e poi cresce in un lungo forcing trance degno degli Underworld, prima di completare il giro infrangendosi nel consueto refrain conclusivo del brano. Capolavoro di eleganza e dinamica. Ringraziano ed escono richiamati a gran voce dal pubblico. I bis non si fanno attendere. “Pick Up the Phone” scivola via senza infamia e senza lode. “Gravity” è pura devastazione, esaltata anche da un efficace gioco di luci. Le prime note di “Consequence” vengono accolte da un boato, che poi deriva in un coro incerto a cantarne il testo e in una selva di telefonini intenti a fissarne il momento. “Gone Gone Gone” chiude in maniera acustica ed elegante la performance, dopo un’ora e mezza precisa in cui i Notwist hanno condensato la loro esperienza quasi trentennale. Purtroppo il repertorio ha pescato quasi esclusivamente dagli ultimi tre dischi (6 brani da “Neon Golden”, 5 da “Close To The Glass” e 3 da “The Devil, You + Me”, più uno da “12” ed un singolo). In conclusione forse hanno suonato celebrandosi con un po’ di maniera e con estrema disciplina teutonica, ma ribadendo comunque e ancora una volta, che è nel live che è custodita la dimensione adatta al loro status di cult band.

Cristiano Cervoni

Foto dell’autore

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