The Notwist @ Auditorium [Roma, 7/Aprile/2014]

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La prima volta. Deve essere stata nel 2002. Probabilmente la primavera del 2002. Purtroppo i miei ricordi temporali sono alquanto sbiaditi. Forse è l’effetto post-post-40. Di sicuro era il Classico Village di Roma. Nella sala grande, quella in fondo, quella giù. Ma a (ri)pensarci bene era proprio il maggio di dodici anni fa. Perchè ‘Neon Golden’ e tutta la sua coda di luce sgargiante era stato promosso al grande pubblico ad inizio anno. Il cerchio nero e quello sfondo d’un rosso intenso. Ma il “movimento” d’allontanmento verso le radici punk-hardcore degli esordi era già stato messo in atto con il precedente ‘Shrink’, che mescolava, con la proverbiale sapienza figlia del talento più puro, stili e vagheggiamenti diversi tra loro, ma non per questo impossibili da decodificare e dunque mescolare. Bavaresi atipici. Tedeschi non si direbbe. Eppure nell’anno corrente 2014 gli anni di carriera evolutiva e sempre in evoluzione diventano 25. Si potrebbe addirittura scrivere un trattato di psicomotricità adattata alla musica (dei Notwist) tanto è stato coerente e ascendente, cangiante e sorprendente il cammino artistico dei fratelli Acher. Per pura pigrizia neuronale (se) prendiamo in considerazione l’ipotetica trilogia recente (‘Neon Golden’/’The Devil, You + Me’/’Close To The Glass’), da quel fatidico 2002 ad oggi ci accorgiamo di quanta miracolosa beltà sia sbocciata al servizio del plinkerpop d’origine, quello griffato Herrmann & Kleine. La casa Morr, glitch sintetici e melodiose cantiche pop, essere alternativi in un mondo che di alternativo non ha più neanche il risveglio alla mattina.

La città è fiorita. Bastasse questo a renderle giustizia. E l’Auditorium è il luogo desiderabile per assistere nuovamente ad un’esibizione dei Notwist. Che alle 21.30 circa salgono sul palco dell’accogliente Sala Sinopoli in formazione a sei, posizione raccolta, quasi specchiata, a ricordare i collettivi più grandi della loro terra, di kraut ovviamente parliamo. Usando il gergo sportivo Acher e compagni entrano però in gioco solo al minuto 40 (in lettere: quarantesimo). Perchè la parte iniziale (dunque quasi tutto il primo tempo) è un viaggio soporifero di noia e pretenziosità (traduzione: presunzione e levigata boria), durante il quale si fa fatica a rimanere concentrati, attaccati al gioco della band, che pare capitatastralunataaddormentata quasi per caso, e che neanche ‘Pick Up The Phone’ intorno al minuto 25 (in lettere: venticinquesimo) riesce a proiettare in una più consona e accettabile dimensione. Poi però, fortunatamente, le nostre tramortite speranze vengono destate e iniettate di micronutrienze grazie alla marcia più alta innestata. Per quei pochi che non se ne fossero accorti sull’ultimo album c’è una ‘7-Hour-Drive’ che proposta dal vivo amplifica tutta la propria purezza noisegaze, d’improvviso non si sentono le voci, e lo spettro di Kevin Shields si impossessa di Acher-leader-Markus, in un’orgia-bolgia di feedback e luci bianche a sancire l’inizio (vero) del concerto romano. Le reiterazioni, le code strumentali – furenti a tratti -, la percussività sintetica e grezza, l’esplosività corale, hanno decisamente il sopravvento sui Notwistronici, cervellotici e imprigionati in quei meandri dentro i quali hanno deciso di addentrarsi (ancora più marcatamente che in passato) in questo corso, in questo tempo, in questa rinnovata vita artistica. ‘Run Run Run’ (annunciata), ‘Casino’ (annunciata due volte) e ‘Gravity’ triplicano l’effetto riscossa e decretano la fine (apparente) dello show. Neanche la possibilità di un prolungato battito di cuore che il sestetto ritorna in campo (si legga palco) per giocare il supplemento ai regolari 90 minuti (in lettere: novanta). Fusione d’insieme da circolettare di rosso pompeiano (ma senza rovine storiche) con ‘Neon Golden’ + ‘Different Cars And Trains’ (ricordate l’EP del 2003 con quella manciata di manipolazioni e remix?) + una sontuosa ‘Pilot’ (GUARDA) + ‘Consequence’ che tocca (in fondo) sempre l’anima tutta. All’uscita, mentre di gran carriera scendo le scale che conducono al foyer Sinopoli, scruto la luna e le luci artificiali della Cavea, mi guardo indietro e prendo in mano il ticket del comodo parking adiacente alla struttura. Tra noia e libertà. Troppo poco.

Emanuele Tamagnini