The Niro @ Circolo degli Artisti [Roma, 22/Aprile/2008]

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Mai vista tanta gente al Circolo. Ci si inizia a fare largo già due metri dopo la porta d’ingresso. E più in là della linea del bancone, comunque, non si riesce ad avanzare. Una folla composta, a ogni modo, che più che parlare sussurra – ma proprio se obbligata. Altrimenti resta in silenzio a guardare davanti a sé, di poco sopra le altre teste. Le voci sono girate, e il ragazzo (che quasi non lo è più, la soglia dei trenta è vicina) ha un volto ormai conosciuto, familiare. Anche la maglietta a righe che indossa è un po’ quello che tutti ci aspettavamo di vedergli addosso. Quando sale sul palco esplode un applauso che sa più di bentornato, di quelli caldi che riempiono, che non stridono. Due mesi lontano da Roma, come dirà poco più in là. Come un reduce che torna a casa dopo gli onori conquistati in terra straniera. Il paese in festa. Una serie di concerti a New York la scorsa estate, il contratto con la Universal firmato a Milano, il disco d’esordio uscito a Febbraio. The Niro fa parlare di sé. E dal palco semina polvere di stelle. Il resto – la passione per Elliott Smith, le analogie con Jeff Buckley sebbene lui si veda più vicino al padre Tim – potete saperlo da voi. La voce non trema, non s’inabissa e non stona. Il gruppo che lo accompagna è coeso, lo segue senza soverchiarlo. Il chitarrista si limita a aggiungere colore qui e là, e cambia più volte lo strumento. La chitarra classica con la quale è entrato, quella The Niro non la cambia mai. Modesta, semplice, elettrificata dal suono dolce. Le corde lui le pizzica e il plettro sembra soltanto un inutile gadget. Le canzoni si succedono lisce, all’olio di rose. Quando viene il momento di ‘Liar’ mi prende l’emozione. Uno stordimento che ho provato l’ultima volta in condizioni ben diverse. Dopo partono le prime note di ‘About Love And Indifference’. Nessuno fiata. Poi i tre musicisti di supporto lo lasciano solo. Tutto implode, very kindly. Le canzoni si fanno più interiori, la voce più sottile, più limpida. Le dita scorrono veloci sul ponte della chitarra. Niente a cui agganciarsi, la struttura-canzone è complessa, ma anche quanto di più trasmissivo si possa ascoltare. Non so se rendo l’idea. Dopo i saluti e un paio di minuti di smarrimento The Niro riprende a suonare, ci saranno altri tre brani prima di calarsi fuori. Annuncia ‘When Your Father’. Chiudo gli occhi. Cosa scrivere di più. Qualcuno lo ha già fatto in precedenza, poco importa se riferendosi ad altro. E qui lo ripeto. Un rapimento. Un’estasi.

Filippo Bizzaglia

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