The National + Cat Power @ Piazza Napoleone [Lucca, 26/Luglio/2014]

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Andare a vedere i National al Lucca Summer Festival era una tentazione. Dopo aver saputo chi avrebbe aperto è diventata una necessità. Arriviamo presto e facciamo un giro per la città. I cartelloni del Festival sono dappertutto, anche dal parrucchiere. La foto scelta per pubblicizzare la presenza di Cat Power risale a più di dieci anni fa. Girando per il centro incontriamo vari membri della band americana, compreso Aaron con famiglia. Sorridono a tutti, ringraziano tutti, firmano qualsiasi cosa, a me scrivono “Thank you Elisa” su un libro. Mentre facciamo la fila  per entrare, parlo con un po’ di gente. Nessuno sembra essere lì per Chan (o almeno anche per lei). Un ragazzo mi dice: “Sono venuto per i National, ma Cat Power non mi dispiace”. Una parte di me muore. Quando siamo dentro piazza Napoleone mi rendo conto di quanto bassa sia l’età media. Io ho venticinque anni ed ero nettamente la persona più vecchia tra quelle attorno a noi. Una ragazza mi dice che ha scoperto i National grazie a Spotify ed è la prima volta che li va a sentire. A me viene in mente che la prima volta che ho visto Cat Power dal vivo avevo la sua età, ed ero sicura che si chiamasse davvero “Cat” di nome e “Power” di cognome, cosa che la stessa Chan trovò esilarante quando glielo dissi dopo quel concerto (un concerto che fu assolutamente perfetto, per la cronaca). Chan sale sul palco accompagnata dalla sua band, accolta da grandi applausi. Ha una sigaretta tra le dita e un sorriso grande così. Saluta tutti come se fossimo degli amici che non vede da un po’, poi comincia a cantare e io trattengo il fiato. Magnifica. A metà di ‘The greatest’ alcune persone si avvicinano e mi dicono “Ma è brava!”. Lo è. Ma anche la band fa il suo, soprattutto la chitarrista fotomodella che ho davanti e Gregg Foreman. Lei è bellissima, la sua voce pure, sta andando tutto bene. E poi smette di andare bene. Problemi tecnici. Che dureranno per tutto il dannato set. Chan è un po’ maniacale su queste cose, è innegabile, ma anche gli altri del gruppo gesticolano e lanciano occhiate disperate al fonico, ergo i problemi sul palco ci sono davvero. Ho già intravisto alcuni report di questo concerto (“demoni interiori blablabla”). Beh, anche no. Semplicemente lei ci tiene a fare una cosa perfetta e se qualcosa glielo impedisce si dispiace per le persone che sono lì a vederla. Tutto qui. Anzi vi dirò una cosa. Io la vidi all’apice della carriera, nel periodo di ‘The greatest’, e vi assicuro che stasera canta ancora meglio. Il concerto va avanti con lei che prima fa innamorare tutti cantando e poi si scusa, tipo centoquattordici volte. A un certo punto chiede consiglio alla batterista e poi ci dice “spiacidesolata”. Alla fine fa la cosa dei fiori e si prende un sacco di meritatissimi applausi. Il più entusiasta è Matt Berninger (poi capiremo perché). Quando dopo il concerto avrò modo di vedere la scaletta (la sua proprio, con tanto di cuoricino al posto di “heart”), ci rimarrò malissimo. Tra le canzoni tagliate per motivi di tempo ci sono ‘Good woman’ e ‘I don’t blame you’. Questa Cat Power versione 2012-2014 è un’interprete (nel senso letterale del termine) superba ed esperta, affascinante, anacronistica. Certo, il mio sogno sarebbe quello di vederla prendere in mano una chitarra e suonare anche ‘Foo’l o ‘He wa’r. Ma fa niente.

Appena Chan e i suoi salutano, i tecnici dei National salgono sul palco praticamente correndo. Nonostante la loro celerità la band dovrà rinunciare a un pezzo, la scelta ricadrà su ‘About today’. Si spengono le luci e i nostri fanno il loro ingresso sul palco. Inizio standard, e il gruppo sembra davvero in forma. All’inizio di ‘Ada’ mi viene da ridere. Ho conosciuto i National nel 2007, era il periodo in cui ascoltavo i gruppi pseudo-new-post-punk. Scaricai alcune canzoni a caso, tra cui ‘Ada’, e la mia reazione fu tipo: “Ma che è ‘sta rottura di palle, sembrano gli Interpol, ma più deprimenti”. Una parola: lungimiranza. I primi brividi del concerto me li regala la doppietta ‘Bloodbuzz/Sea of love’. Ma il momento più bello della serata, ovviamente solo per me, arriva immediatamente dopo. Matt si avvicina al microfono e dice: “Non lo so, ragazzi, per me ci sono tipo quattro… tipo quattro persone… che stanno lassù. Leonard Cohen, Nick Cave, Tom Waits e… e poi c’è Cat Power. Io non… non so cosa…”. Tutta la band chiama l’applauso del pubblico. La canzone che Matt le dedica è ‘Hard to find’. Fuoriclasse. Se ti piacciono i National, vederli dal vivo è meraviglioso, soprattutto dalla transenna. Innanzitutto, ci sono una felicità e una riconoscenza nei loro occhi, che possono essere compresi solo da chi sa da dove questo gruppo è partito. Perché adesso sì, Obama, le recensioni, Bruce, Bono, il MoMa, gli ottocentomila fan su facebook. Ma prima ci sono stati i locali vuoti, le date con i Clap Your Hands Say Yeah, durante le quali la gente cominciava ad andarsene appena iniziavano a suonare loro, la volta in cui il gruppo fu pagato per non suonare, e la risposta della Matador Records (proprio l’etichetta di Chan) alla loro proposta di licenziare ‘Sad songs for dirty lovers’: “Non siamo interessati alla vostra musica e non lo saremo mai”. In secondo luogo, beh, sanno suonare. Soprattutto i gemelli Dessner e Bryan Devendorf sono dei musicisti formidabili, e come tutti quelli che sanno suonare non fanno nulla per dimostrarlo. La resa live dei pezzi è notevole, il modo in cui sanno coinvolgere il pubblico anche, ma non ci sono mai né una nota né una rullata di troppo. E poi c’è Matt Berninger. Anche stasera, soprattutto stasera. Canta a occhi chiusi come se fosse l’ultimo concerto della sua vita, perde la voce dopo tre canzoni (chissenefrega), cammina nervosamente da una parte all’altra del palco, lancia alle prime file un bicchiere ancora mezzo pieno di qualcosa che, qualsiasi cosa sia, ha un odore terrificante. Urla cose incomprensibili lontano dal microfono, beve litri di vino e poi fa cadere le bottiglie per terra, tiene il tempo battendosi il microfono sulla tempia. Ogni tanto sembra altrove, come durante England, quando resta immobile qualche secondo dimenticandosi di cantare la battuta di una strofa, per poi ritornare tra noi come se nulla fosse. La scaletta non regala particolari sorprese, con l’eccezione di ‘Green gloves’ dedicata da Aaron a quei fan italiani che per primi li seguirono (fa anche i nomi). Quando ringraziano e vanno via dopo ‘Fake empire’ sappiamo già cosa sta per accadere. Prima del concerto Matt in persona era andato a parlare con i fotografi chiedendogli per quanto avevano intenzione di stare sotto al palco, perché “io devo andare dalle persone”. Dunque la band torna e Matt va dalle persone. Un ragazzo gli passa un cocktail, lui ride e glielo ridà, una ragazza gli tocca i gioielli di famiglia, noi lo abbracciamo, la sicurezza gli salva la vita un paio di volte. Sul solito finale a metà tra un karaoke e una catarsi collettiva non resiste e torna tra la folla. La band saluta. Lui si arrampica sul palco, inciampa, ci guarda, mano sul cuore. Grazie e a presto.

Elisa Fiorucci

SETLIST CAT POWER
The greatest
Cherokee
Lord, help the poor & needy (cover Jessie Mae Hemphill)
Manhattan
I found a reason (cover Velvet Underground)
Bully
Metal heart
Ruin

SETLIST THE NATIONAL
Don’t swallow the cap
I should live in Salt
Ada
Bloodbuzz Ohio
Sea of love
Hard to find
Afraid of everyone
Squalor Victoria
I need my girl
This is the last time
Green gloves
Abel
Apartment story
Pink rabbits
England
Graceless
Fake empire
[Encore]
Mr November
Terrible love
Vanderlyle crybaby geeks

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