The National @ Auditorium [Roma, 30/Giugno/2013]

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Report per onanisti della musica, amanti del virtuosismo, fan dei Dream Theater e nonsisentonolevoci.

I The National hanno suonato 24 pezzi bis compresi, di cui l’ultimo è stato un acustico di ‘Vanderlyle Crybaby Geeks’. La batteria si sentiva piuttosto bassa, le tastiere quasi inesistenti. Le chitarre erano OK. Erano quasi tutte Gibson. La scaletta era quasi come quella di Londra, con in più ‘Slow Show’ e ‘Sorrow’. Erano in 7 ed erano quasi tutti vestiti di scuro. La temperatura era OK. Il secondo chitarrista ha sbagliato di un quarto di tono il bending sul finale di ‘Afraid of Everyone’.

Report per le persone normali.

Quello che avevo sentito ultimamente riguardo le performance live dei National ha trovato conferma nella data romana del quintetto (integrato da 2 turnisti) dell’Ohio: i National sono una GRANDE band live. Premessa fondamentale: non sono un fan sfegatato, non conosco tutti i pezzi, due o tre non sapevo neanche cosa fossero ed avevo approcciato il live con assoluta mancanza di pregiudizio dovuto (o non dovuto) all’hype del sold out e al fatto che, nella loro visita precedente a Roma, c’erano 30 persone a vederli allo Zoobar, come ricordato con sarcasmo anche dal frontman Matt Berninger. E dire che per i primi 3 pezzi il concerto è scivolato su binari di assoluta normalità, con la band piuttosto ingessata e il pubblico da funerale che spesso accompagna i live all’auditorium. Ma come sempre nei grandi live, c’è sempre il momento dello “strappo”: da ‘Bloodbuzz Ohio’ si cambia marcia, si mette la quinta direttamente ed è tutta un’altra musica. Mr. Berninger sembra Dennis Lyxzén per movenze e per l’abbigliamento, le chitarre si fanno più elettriche, entrano dei fiati, la batteria più pestona. Sostanzialmente inizia il concerto. Da qui in avanti l’intero live sarà un crescendo di emozioni, andando a toccare vari punti della carriera dei cinque, pescando sostanzialmente dagli ultimi due dischi più qualche doveroso ripescaggio da ‘Boxer’ e ‘Alligator’. La band decide di eseguire anche ‘Slow Show’, richiesta dal pubblico mediante striscione, causando una giustificata ovazione. Una performance quasi perfetta, che ha mescolato momenti intimi (una ‘I Need My Girl’ semplicemente da lacrime) a uscite assolutamente energiche (‘Abel’ cantata “in faccia” alla cassa spia), che ha rischiato di essere rovinata dai soliti geni del purismo sonoro – nonsisentelabatteria, nonsisentonoletastiere -. Ma il dio del Rock ha deciso di punire questo manipolo di stolti che già si assiepava dietro al fonico per tentare di spiare, indirizzare, cambiare, suggerire, martellare, sviare, masturbare il lavoro del cappelluto ragazzo dietro la consolle, regalandoci una ‘Mr. November’ in odor di ’77, con tanto di invasione di parterre da parte di Berninger, tentativo di arrampicarsi su fino alla platea, abbracci, calci, spinte e quant’altro. E sì, magari l’equalizzazione non era il top, magari da sopra non si sentiva così bene, magari il pezzo è stato “tagliato” più violento che nell’originale, ma per fortuna i National sono una rock band, e il rock se ne è sempre fottuto della resa sonora fine a sé stessa. Rimangono i cori finali e gli applausi veri, sinceri, su ‘Vanderlyle Crybaby Geeks’ cantata prima dall’auditorium tutto e poi dalla band accompagnata da 2 chitarre e qualche tamburello. Per chi scrive, stasera, una performance superlativa. I National continueranno a non essere uno dei miei gruppi preferiti, ma onestamente non è importante.

Simone Macheda

Foto: Marco Ceccobelli