The National @ Auditorium [Roma, 23/Luglio/2014]

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Che la storia cominci dalla sua fine: i sette musicisti si posizionano in circolo al centro del palco, nessuna amplificazione se non i microfoni a cui Aaron e Bryce Dessner avvicinano la cassa armonica delle proprie chitarre. ‘Vanderlyle Crybaby Geeks’ risuona dolcemente nell’ammutolita Cavea dell’Auditorium. Matt Berninger intona il meraviglioso testo del pezzo, prima supportato e poi sovrastato dal coro del pubblico. Si sporge sulle prime file per riceverne l’abbraccio, dopo che precedentemente era sceso tra la folla, in una scena che i presenti al concerto dell’anno passato nella medesima location avevano già avuto modo di gustare. Un’unica voce si leva al cielo: è quella dell’unione profonda tra i National e il proprio adorante pubblico. La storia di un amore nato lentamente nel corso degli anni. Una carriera ricca di dischi ed EP, sul cui evolversi si è sedimentato l’affetto di fan sempre più numerosi, sempre più legati alle vicende musicali di Matt Berninger e delle due coppie di fratelli che lo affiancano. Un rapporto viscerale e per certi versi sorprendente: i National sono tutt’altro che le classiche rockstar, nonostante l’evidente passione alcolica del frontman. La musica degli americani, così tristemente emotiva e pregna di sentimento, richiede ascolti attenti per essere interiorizzata. Non c’è urgenza: i National si prendono tutto il tempo del mondo. Hanno costruito la propria evoluzione musicale senza fretta, ponendo le fondamenta con l’esordio omonimo e ‘Sad Songs For Dirty Lovers’, innalzando il proprio imponente edificio con ‘Alligator’ e ‘Boxer’, arricchendolo di sfumature cromatiche e di materiali pregiati con ‘High Violet’ e ‘Trouble Will Find Me’. Non hanno nemmeno voglia o bisogno di rapire subito il pubblico dell’Auditorium: salgono sul palco dopo essere stati inquadrati sul maxischermo nel backstage e danno il via a una sorta di show d’apertura del proprio concerto, ripescando ‘Wasp Nest’ e ‘All Dolled-Up In Straps’ dall’EP ‘Cherry Tree’ o ancora ’90-Mile Water Wall’ da ‘Sad Songs For Dirty Lovers’. Brani tenui, sommessi, in un’atmosfera pacata, rarefatta. Non c’è fretta, d’altronde. Il pubblico è scattato in piedi sin dal momento del loro ingresso, senza fasi di studio. Matt si muove nervosamente lungo il palco per poi avvicinarsi ogni volta al microfono e deliziare i presenti con la sua avvolgente voce baritonale. Nel contempo, i suoi compagni scambiano strumenti e posizioni con naturalezza, come farebbero in studio. L’intimità davanti a migliaia di persone. Il concerto prende vigore, fiati e chitarre abbandonano la sobria timidezza e intarsiano la superficie noir di questa umana epopea. Matt beve, beve ancora, lancia del vino verso il pubblico. Ne risulta parzialmente intaccata la sua prova vocale. Non il suo carisma magnetico, non la devozione con cui i suoi fan ne ascoltano rapiti le parole. Forse sarebbe preferibile che Matt si concentrasse di più sulla sua voce, senza che il suo ruolo ne giustificasse le stravaganze o le pecche. Forse. In un crescendo lungo due ore l’oscurità, la malinconia, la tristezza della musica dei National diventano nutrimento, espiazione, purificazione. Viene fuori la speranza, un tiepido sole che fa capolino tra le nubi, come in certi giorni di novembre. “I’m the new blue blood, I’m the great white hope”.

Livio Ghilardi

Twitter: @livioghilardi

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1 COMMENT

  1. Sono contenta che il concerto ti sia piaciuto. nonostante abiti a mezz’ora dall’Auditorium ho deciso di saltare questa data e di andarli a vedere domani. sai com’è, ci dovrebbe essere Chan!

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