The Morlocks @ Trenta Formiche [Roma, 27/Settembre/2018]

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Leighton Koizumi ha tratti somatici orientali e spirito guascone occidentale. Nei primi anni Ottanta si avvicina giovanissimo al Paisley Underground e nella sua San Diego fonda prima i Gravedigger V e in seguito i Morlocks. Trasferisce quest’ultimi a San Francisco e la band diventa una delle migliori espressioni della scena garage punk della West Coast. Si tratta di revival di matrice sixties dalla muscolarità contemporanea. Quell’esperienza finirà nel 1987 dopo la pubblicazione di “Submerged Alive”, che seguiva l’esordio “Emerge” del 1985. Nel 1997 uscirà un album live postumo ufficiale dal titolo “Uglier Than You’ll Ever be!”. Koizumi sparirà a tal punto che nel 1999 Spin Magazine lo dichiarerà morto. Invece riappare vivo e vegeto in Italia, dove nel 2003 incide “When The Night Falls” e ritrova gli stimoli per rientrare in patria e dare sfogo ad una nuova incarnazione della band. Questa fase sfocia nell’incisione di “Easy Listening For The Underachiever” nel 2006 e “The Morlocks Play Chess” nel 2010, sentito omaggio alla storica label nella reinterpretazione di alcuni classici del suo catalogo. Dopo alcuni tour, di nuovo uno scioglimento. Quindi il ritorno in Europa, prima in Spagna e poi in Germania dove da vita a un nuovo nucleo della band, composto da: Rob Lowers alla batteria, Oliver Pilsner al basso, Bernadette Pitchi alla chitarra solista e Marcello Salis alla chitarra e ai cori. Questa formazione è stabile da quasi quattro anni ed è artefice di “Bring On The Mesmeric Condition”, album che quest’anno ne segna il gradito ritorno discografico.

La data romana del tour di presentazione ha luogo nella sala calda e fumosa del Trenta Formiche. Quale miglior venue per un concerto del genere se non il “Cavern” del Mandrione? Alle 23:10 il quintetto è sul palco. “Killing Floor” apre le danze e lo spettro dei Kinks aleggia nell’aria. Si sprigiona subito una buona energia ed il pubblico che affolla la sala risponde a dovere. In “Teenage Head” Leighton suona l’armonica e l’ascolto genera l’effetto dei Byrds in un eccesso d’acido. Con “Bothering Me” si entra al meglio nel disco nuovo, mentre “I Don’t Do Funerals Anymore” ci riconduce ad un passato recente con sincopata maestria. La vecchia “My Friend The Bird” ha un mood mid-sixties che ammalia, mentre “Time To Move” mette insieme Rolling Stones e Who nelle strofe e nei ritornelli e gli Stooges nell’incendiaria coda finale. Lui dimostra un’ottima presenza scenica, parla, gesticola molto ed interpreta anche mimicamente i brani. la voce ha un timbro caldo e profondo e risulta abbastanza integra. La band ha un buon tiro, tecnica individuale e meccanismi oliati a dovere. Basso e batteria hanno suonato insieme a lungo nei Fuzztones e si sente, il chitarrista ritmico è preciso e presente e quello solista aggredisce lo strumento e gli astanti assiepati nelle prime file, con una buona dose di fuzz e distorsioni. “Hang Up” presenta una matrice stoner profonda, ma dotata d’educazione e garbo. “One Foot In The Grave” è tratta dal disco nuovo, anche se sembra uscita da uno dei cofanetti di Nuggets. Il medley tra la nuova “High Tide Killer” e la vecchia “You Burn Me Out” da vita ad una vampata intensa di puro garage. Il pubblico e fin troppo partecipe ed alcuni si abbandonano a qualche escandescenza eccessiva, fino ad un lancio di un qualcosa d’indefinito sul palco, che meriterà l’apostrofata stizzita di Leighton. Si continua con “Heart Of Darkness”, che parte più lento e poi cresce, diventando un piacevole ibrido tra rock e psichedelia. A questo punto i musicisti improvvisano un brindisi sul palco con uno shot che berranno tutto d’un fiato e poi attaccano “Dirty Red” nel delirio generale. Questa volta insieme ai fratelli Davies sono chiamati in causa i seminali Sonics. “We Can Get Together” ci riporta a Detroit ma sponda MC5 e la successiva “No One Rides For Free” è una gemma garage, ma con un appeal centrale aizza folle riconducibile ad alcuni stralci malati dei Doors. Applausi. “You Don’t Know” viene presentato come un brano che potrebbe piacere ai nostri genitori e si manifesta in equilibrio tra i Seeds e i 13th Floor Elevators, con tanto di riproposizione simulata del tipico jug elettrico proprio del suono dei texani. L’esecuzione viene impreziosita dai cori indotti e dal singalong dei presenti. “Down Underground” chiude al meglio un cerchio retrospettivo invidiabile. Durante il brano Leighton scende, attraversa a fatica la sala con la gente che lo abbraccia e lo incita, prima di sgattaiolare nei camerini dietro il bancone dalla parte opposta. La band chiude il brano e sembra volerlo raggiungere. Le urla del pubblico però fanno in modo che sia il cantante a tornare di nuovo da loro sul palco. Nei tre bis proposti, i deliri dell’Iguana sembrano materializzarsi definitivamente nel frontman. Il primo è “Easy Action”, il secondo “Born Loser” e il terzo “Cat (On A Hot Thin Groove)”, per un trittico irresistibile. L’uscita dalla scena seguirà le orme della precedente, ma stavolta non rientrerà, nonostante l’incitamento della folla. Settantacinque minuti di pura energia retrò.

Cristiano Cervoni

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