The Morlocks @ Circolo degli Artisti [Roma, 3/Settembre/2010]

815

Nel 1999 Spin Magazine batte la notizia della morte di Leighton Koizumi. La scomparsa non coglie di sorpresa nessuno. E’ infatti cosa nota che il frontman californiano dipenda da tempo dall’eroina, oltre al fatto che di lui non si hanno più notizie da quando nel 1990 viene coinvolto in una rapina ad un concessionario in una città-fogna lungo il confine messicano. Ma Leighton Koizumi non è morto neanche per il cazzo. Si è solo fatto dieci anni di prigione con l’accusa di sequestro di persona. Una cosa da niente se vivi al limite. Lui aveva iniziato adolescente a San Diego, con una band revivalista che da The Shamen decide bene di cambiare nome in Gravedigger V. I cinque scapestrati vengono presi sotto la scaltra cappella di Ron Rimsite (figura ovunque del periodo, editore della fanzine 99th Floor) e di Greg Shaw, che produce per la Voxx ‘All Black And Hair’, che rimarrà l’unico album di un’avventura a dir poco sensazionale. Non bisogna attendere poi così tanto per riavere nuovamente in strada un’altra band griffata garage rock. Nascono i Morlocks – [da non confondere con l’omonima formazione del Massachusetts degli anni ’60 che cambia il proprio nome da Barracudas quando in TV inizia la serie “Time Machine” basata sul romanzo di H.G. Wells che ha come protagoniste delle strane creature chiamate proprio Morlocks. Siamo nel 1962 e nella line up di una band che sta ottenendo grossa fama nel New England (aprono tra gli altri per Left Banke e The Rascals) passerà anche un giovane Brad Whitford che alcuni anni dopo ritroveremo negli Aerosmith] – che pensano bene di trasferirsi a San Francisco rilasciando nel 1985 un EP (‘Emerge’) a cui solo tre anni dopo farà seguito un live pubblicato dalla Epitaph di Brett Gurewitz. Il tempo di altri due singoli tirati fuori con l’aiuto del solito Rimsite e la decisione di farla finita. Koizumi, che fa parte ormai del quartetto più sessualmente accattivante del garage rock anni ’80 assieme a Greg Prevost, Gerry Mohr e Rudi Protrudi, proverà a riabilitarsi con il progetto Featherwood Junction prima di un approdo tricolore al fianco dei Tito And Thee Brainsuckers.

La seconda vita dei Morlocks è cosa recente. A due anni dalla data romana del Traffic (leggi) e dopo un discreto-rivitalizzante ritorno discografico, eccoli rispuntare per un tour europeo a supporto del nuovo album ‘Play Chess’ a sessant’anni esatti dalla fondazione della storica etichetta di Chicago. Alle radici del garage rock verrebbe da dire. Una naturale continuazione sonora che mantiene col cazzo duro band del genere altrimenti destinate ad una stanca (e a volte triste) riproposizione dei propri cavalli di battaglia. Prima di avvicinarvi ai Morlocks del 2010 potete fare due passi indietro e recuperare il buon film del 2008 ‘Cadillac Records’, che il regista Darnell Martin ha dedicato alla storia della label fondata dai fratelli Leonard e Phil Chess, dove spiccano un sempre elegante Adrien Brody nella parte del “titolare”, un sorprendente Jeffrey Wright (il Basquiat cinematografico per intenderci) in quella di Muddy Waters, Beyoncè nei panni (e nell’ugola) di Etta James, fino a un trascinante Mos Def che non fa rimpiangere l’originale Chuck Berry.

Nerds cala il poker per tagliare il nastro di una stagione che si prospetta assai interessante/intrigante. Aguirre, Gherardi l’hawaiano e l’eclettica Colli già pronta a salpare verso la Bologna del Pop Group. Serata mite, affluenza discreta, birra rossa. Alle 23.05 la festa ha inizio. E l’impatto è quanto di più devastante possiate immaginare in un venerdì sera come tanti altri. Un chitarrista rockabilly che sembra scappato da un disco degli Stray Cats, un altro che pare sia stato cacciato via da uno degli Strokes, un bassista che invece potrebbe benissimo vantare un passato “sudista” (qualcuno mi suggerisce la gloriosa Marshall Tucker Band) e un batterista chiaramente addicted sputato fuori dal Sunset Strip della stagione sleazy rock. E poi c’è lui. Koizumi in nero con pancetta voluminosa che ormai è uno straordinario incrocio tra Question Mark e quella vecchia canaglia butterata di Danny Trejo. Ma caratterizzazioni a parte qui siamo dinnanzi ad un manipolo di mestieranti che suonano come se fosse l’ultima volta sulla faccia della terra.

Gli anni passano per tutti ma non per questo meticcio con l’anima sfregiata che per almeno cinque volte ricorda che è in vendita, sul tavolo destinato al merchandise, il nuovo album ‘Play Chess’: “se sentite almeno tre canzoni nuove che vi piacciono… dovete andare a comprarlo!”. Qualche grado alcolico di troppo lo rende ancora più trascinante, vero animale da palco, è supportato da una band fottutamente fantastica che per un’ora e venticinque pigia sull’acceleratore senza sosta. Senza niente. Solo sudore e watt. E’ una scaletta mirabile che a poco a poco scatena i presenti e li lancia in un piccolo ma vorticoso pogo saltellante, e che coinvolge anche il precedente (riscoperto) ‘Easy Listening For The Underachiever’. I classici Chess sono rinvigoriti, elettrizzati, scatenanti brutti pensieri, sessualmente attivi. Come restare fermi su ‘Smokestack Lightning’ e ‘Killing Floor’ del gigantesco Howlin Wolf (il secondo è uno dei pezzi blues più influenti di sempre), sullo standard ‘Sitting On The Top Of The World’, su ‘Promised Land’ e ‘Back In The USA’ di Chuck Berry che diventano praticamente pezzi punk stile-Ramones (il tutto torna musicale) o su quel finale (bis) con la tellurica forza d’urto di ‘Boom Boom’ del leggendario John Lee Hooker. La temperatura si è ormai arrampicata sul soffitto quando con un bacio e con un grazie Koizumi si licenzia da Roma. Pensando alle copie delle copie che tentano di rivitalizzare il genere, pensando a come sono purtroppo “ridotti” i vari Protrudi e i colleghi coetanei, pensando a quanti gruppi prefabbricati ci passano sotto il naso (ogni riferimento ai Lords Of Altamont è puramente casuale), non abbiamo nessun problema nell’affermare che questi Morlocks sono la più grande garage rock band sopravvissuta del pianeta. Un residuato bellico capace ancora di fare tanto male. Altro livello. Livello assoluto.

Emanuele Tamagnini