The Mojomatics + Milk White @ Circolo degli Artisti [Roma, 30/Gennaio/2010]

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Era da tempo che aspettavo di vederli dal vivo. Matteo Bordin (MojoMatt) e Davide Zolli (Dave Matics), ovvero i Mojomatics, sono tornati a Roma ed hanno fatto vedere al pubblico del Circolo degli Artisti di cosa sono capaci. Una cult-band ormai, che si è conquistata lungo gli anni l’apprezzamento di un pubblico vasto. Vengono da Venezia (una città sempre più follemente rock’n’roll) ma hanno deciso fin dagli esordi di puntare maggiormente all’estero che in patria, riuscendo a cavalcare palchi europei e affiancando band internazionali di alto livello. Naturalmente sono un duo: una voce, una chitarra e una batteria che frullano generi come il blues, il rock’n’roll, il folk americano, il garage riuscendo a creare quel ritmo, quell’energia tipica dell’essenza rock senza “perdite di tempo” ma con le semplici “strummerate” e le melodie urlate di Matteo e la ritmica precisa, dritta e meccanica di Davide.

Arrivo presto: poco male visto che ultimamente ho sempre corso per arrivare in orario. Il locale è semivuoto ma nel giro di un’oretta cominciano le danze. Aprono verso le 22 e 15 i Milk White, giovane quartetto romano capeggiato dalla brava frontman Erika Giubili. Una band che strizza l’occhio a Sonic Youth, Velvet Underground e a qualcosina targato The Kills. Ad ogni modo fanno una bella impressione, un bel gruppo che deve ancora acquisire esperienza forse (“oggi è il nostro primo anniversario” afferma la frontwoman ad inizio concerto) ma apprezzabile per l’umiltà con cui si pone nei confronti del pubblico: nessuna esagerazione, nessun errore, una voce molto bella, un basso preponderante, una batteria impeccabile e tutti che fanno il loro dovere. Poi il brano di chiusura (‘Cold’) incanta per qualche minuto la sala. Una sala che di lì a poco però sarà invasa dal “Mojo sound” come molti lo hanno definito.

E quindi ecco il duo sul palco intorno alle 23 e 30 pronto in pochi secondi a sfornare una quindicina di brani. Finalmente vedo Matt strimpellare la sua chitarra (spero di non sbagliarmi ma sembra proprio una splendida Epiphone Casinò). Dopo alcuni accordi in levare però fa un cambio, prende una Rickenbaker mentre Davide rimane per un po’ da solo a tenere il ritmo. Alcuni minuti per la preparazione e finalmente si ricongiungono i due strumenti per partire con ‘A Fact I Forget’ contenuto in uno dei loro ultimi singoli, poi proseguono con ‘Kiss Me When I’m Cold’ del primo album, poi ‘Right Or Wrong’, ‘Another Cheat On Me’, ‘Leave This Town’, ‘Tears Fall Down’ (un altro recente singolo), e concludono la prima parte del concerto con la famosa ‘Wait A While’ e la scatenata ‘The Reason Why’. In tutta l’esibizione non hanno aperto bocca, nessuna parola, solo cenni di saluto e di ringraziamento, ma hanno trasmesso una carica come pochi: un modo di fare molto “english”, penso, e in effetti anche il look confermerebbe la mia ipotesi. Diciamo quindi che l’influenza Brit (anche di “comportamento da palco” evidentemente) c’è e sembra essere apprezzata non solo da me. In due, riescono veramente a dare l’idea di cosa vuol dire “spaccare” dal vivo, non c’è frase migliore che li descriva perché hanno un sound coinvolgente, rudimentale, vintage, cool. Ovviamente tornano sul palco per il bis suonando altri due brani. Quando se ne vanno è quasi l’una ma il tempo sembra essere volato. Avrei voluto che avessero suonato per altre due ore. Beh, sarà per la prossima volta. Un po’ di “Mojo Sound” mi è ancora rimasto nelle orecchie per arrivare fino a casa.

Marco Casciani