The Make-Up @ Parc Del Fòrum [Barcellona, 2/Giugno/2017]

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Rivedere Ian Svenonius dopo oltre 15 anni è un po’ come riconciliarsi con un vecchio amico. Di tempo ne è passato, ma le emozioni sembrano fermarsi all’istante che fu. Lo si percepisce già vedendolo aggirarsi tra il pubblico qualche ora prima dello show, intento a rispondere cordialmente e con la consueta ironia ai saluti dei fans e alle loro richieste di foto e autografi. Tipo bizzarro Svenonius, un metro e ottanta circa, fisico asciutto e minuto, il tempo scandito da qualche ruga più decisa sul volto e dalla tinta nero corvino dei suoi capelli ancora folti, vestiti vintage, mimica gestuale e facciale da far impallidire l’italiano più ardito, energia contagiosa, carisma e sex appeal. Un curioso incrocio tra Mick Jagger e James Brown, in cui il sacro demone del rock’n’roll si fonde con il soul e un’attitudine funk viscerale. A partire dalla seconda metà degli anni ’80 segnò una pagina importante del suono alternativo di Washington D.C. e della Dischord formando The Nation of Ulysses. Un gruppo di scappati di casa che aveva la Detroit degli MC5 come nume tutelare e che nel giro di quattro anni realizzò due album ufficiali e una manciata di singoli, mischiando post-punk, intellettualismi sinistri e sinistroidi ed attitudine anarchica. The Make-Up inizia il proprio percorso dalla conclusione di quell’esperienza. Era il 1995 quando al peregrinare del già citato Svenonius, di Steve Gamboa (passato dalla chitarra alla batteria) e di James Canty (passato dalla batteria alla chitarra e all’organo), ovvero 3/5 della Nazione degli Ulisse, si unisce la bassista Michelle Mae. In sei anni di vita la band realizza un’esordio live dirompente, quattro album da studio e una raccolta di singoli, quella ‘I Want Some’ che forse rimane la loro opera più compiuta. A questo si unisce la pubblicazione a sorpresa nel 2006 di un album dal vivo postumo, prodotto da Brandon Canty, batterista dei Fugazi e fratello di James. Stiamo parlando di una grandissima live band, di cui conservo un piacevolissimo ricordo grazie alle due date romane viste all’epoca.

Alle 23.30 fanno il loro ingresso sul palco Primavera (uno dei migliori quest’anno). La mise è stilosa come sempre. Tutti e quattro elegantissimi con i loro completi color pastello tra il beige e il rosa, camicia bianca e cravatta nera. Le prime note di ‘Black Wire pt.1’ infiammano la platea, basta poco e a metà brano Svenonius è già in piedi sulla transenna che separa il pubblico dal palco. La oltrepasserà spesso e volentieri nell’arco dell’ora di spettacolo, anzi, potremmo dire che farà molta fatica a rimanere all’interno del palco per più di qualche minuto. La band suona asciutta e potente e il pubblico balla incessantemente sin dall’inizio, per poi continuare lungo l’intera durata dello show. Il repertorio pesca in tutta la loro produzione: “Here Comes The Judge”, “Pow! To The People”, “Save Yourself”, “I Want Some”, “Untouchable Sound” solo per citare alcuni titoli proposti. I brani si rincorrono senza pause, il sound è compatto come i tempi migliori e il frontman snocciola tutto il proprio mestiere in un lirismo magnetico e lisergico che non dà scampo, culminando in un lungo call and response con un pubblico entusiasta. Inizia così a camminare sulle prime file, sulle spalle dei fan che lo sorreggono anche nello stage diving più estremo, che si sporgono per cantare con lui, che lo invocano a gran voce. Il drumming di Mark Cisneros (Deathfix) scandisce il tempo in maniera precisa e puntuale, il basso della Mae riempie lo spazio e sostiene le dinamiche con grazia e decisione (risolverà brillantemente anche un problema tecnico, sostituendo al volo la testata del suo amplificatore praticamente quasi senza interrompere la performance), la chitarra di Canty snocciola riff al fulmicotone e sferzate noise dischordiane d’origine controllata, puntellando con l’organo gli episodi più garage. Eseguono inoltre: “Blue Is Beautiful”, “Call Me Mommy”, “We Can’t Be Contained”, “International Airport” e “Born On The Floor”. Alle 00.30 il grande spettacolo del rock’n’roll si è compiuto a pieno in tutte le sue sfaccettature, formali e sostanziali, mostrando una forza e una coesione tali da far dimenticare la lunga pausa dall’attività artistica ed allontanando i Make-Up dall’idea di poter essere considerati una Jon Spencer Blues Explosion che non ce l’ha fatta. Risuoneranno la domenica nel cortile del CCCB per l’evento gratuito al Raval e sarà di nuovo passione e sudore. Chapeau!

Cristiano Cervoni

Foto Pierdomenico Apruzzese

 

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