The Lords Of Altamont @ Evol Club [Roma, 8/Maggio/2018]

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Un po’ me lo sentivo ed infatti è andato tutto come immaginavo. Salvo rare eccezioni sembra che ormai a Roma la qualità di certi concerti sia inversamente proporzionale all’affluenza del pubblico. Se poi ci aggiungiamo l’accoppiata letale composta da giorno infrasettimanale e pioggia, il quadro è completo. Mi piacerebbe parlare solo del concerto, della musica, ma forse è il caso di iniziare a preoccuparsi per quello che ormai è un campanello d’allarme abbastanza eloquente. Per i Lords Of Altamont all’Evol Club ci sono una quarantina di persone, stessa sorte che un paio di mesi fa toccò ai Chain & The Gang, che non sono proprio gli ultimi stronzi, né gli uni né gli altri. Una vergogna, ma di chi è la colpa? Probabilmente pesa il ricambio generazionale mai avvenuto (o se non altro in misura risibile) all’interno del pubblico rock-underground, che è cresciuto, maturato, invecchiato, s’è impigrito e che ormai al massimo si risparmia per il weekend. C’è anche da dire che a Roma gli orari non sono mai veri o attendibili, se su un evento c’è scritto una cosa il tutto prenderà il via almeno un’ora dopo, un malcostume sulle cui origini non si hanno dati certi, avrà iniziato la gente ad arrivare tardi costringendo gli organizzatori a far slittare gli orari oppure le persone arrivano tardi perchè sanno che gli orari slittano? E’ un po’ come chiedersi se è nato prima l’uovo o la gallina. Per carità, capisco la speranza che c’è nell’attesa che arrivino più spettatori quando il locale è mezzo vuoto, ma a lungo andare se gli headliner iniziano a suonare a mezzanotte e mezza, una persona che sa che il giorno dopo dovrà svegliarsi per andare a lavorare non è che arriverà tardi, non arriverà proprio. C’è da dire che c’è stata anche un’infiltrazione d’acqua all’interno del locale a creare qualche problema tecnico imprevisto, però la storia in generale cambia di poco.

Fortunatamente entrambe le band hanno abbastanza pelo sullo stomaco e carattere per andare oltre il fattore affluenza e portare a casa la prestazione. A far scaldare i motori ci pensano i Cockroaches, formazione psychobilly romana conosciuta nella scena già da diversi anni, grazie al loro approccio crudo ed esilarante, oltre che alla tutt’altro che sobria (in senso positivo) presenza scenica del loro frontman. Dopo aver assistito in maniera piuttosto divertita all’esibizione di apertura è finalmente il momento dei Lords Of Altamont. Già a partire da ‘Born to lose’ il primo brano in scaletta, la  band californiana non si risparmia ed infiamma i pochi fortunati presenti. La miscela esplosiva dei Lords è data da una ritmica molto dinamica dettata da Steven ‘Knuckles’ van der Werff alla batteria, perlopiù in linea con gli standard anni ’50/’60 surf, beat e stomp, mentre il massiccio sound dell’accoppiata composta da Rob “Garbageman” Zimmermann (al basso) e Brother Ron (che sostituisce temporaneamente l’infortunato Dani “Sin” Sindaco alla chitarra), è caratterizzato da rimandi più hard rock, rendendo piuttosto corpulento il muro di suono della band, a cui si somma l’inconfondibile Farfisa di Jake Cavaliere, che impreziosisce con una tinta psichedelico-demoniaca ogni traccia. La band esegue un set di un’ora molto coinvolgente, presentando anche alcune tracce del loro ultimo lavoro ‘The Wild Sounds of Lords of Altamont’, uscito per l’etichetta italiana Heavy Psych Sounds. A tenere l’attenzione calamitata su di sé è ovviamente sempre Jake Cavaliere che quando non canta si destreggia col suo organo elettrico agitandolo, saltandoci sopra o porgendolo verso il pubblico. Vista l’ora tarda Cavaliere scherza anche con i presenti chiedendo se sia “ora di andare a dormire” e prima di eseguire l’ultimo brano si avvicina alla transenna per chiedere se qualcuno volesse ascoltare un pezzo in particolare. Nella fattispecie quel “qualcuno” ero proprio io, che gli ho prontamente chiesto ‘Too old to die’, purtroppo però Jake mi ha risposto “Fuck! We don’t play that one since almost 20 years”. E vabbè, è andata così. Poco dopo la fine del concerto intercetto Jake prima che vada a firmare autografi al banco del merch e, riparlando della canzone che gli avevo chiesto, mi conferma di averla scritta nel 1998, poi andandomene penso se sia il caso di continuare a fare certe figure di merda con band più che rispettabili che arrivano a Roma e si trovano davanti un pubblico così scarso… in termini esclusivamente numerici, si intende, perchè i presenti ieri erano tutti eroi.

Niccolò Matteucci

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