The Libertines @ Fabrique [Milano, 4/Luglio/2015]

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Si dà il caso che nella vita, col passare del tempo, abbia iniziato a sentire l’esigenza di avere certezze. Poter contare su qualcuno, incontrarsi senza contrattempi ad un orario prestabilito, non trovarsi in situazioni scomode e non venire deluso, salvo comprensibili eccezioni. Questo viaggio milanese l’ho progettato sapendo fin dal principio che sarei venuto meno a questa mia recente tendenza. La band che mi ha fatto decidere di partire ha come co-frontman l’ingestibile Pete Doherty: quando si tratta di lui c’è sempre lo spettro che non si presenti, o che sia così fatto da far rimpiangere la sua assenza. La location è stata cambiata in corso, dalla neonata Assago Summer Arena si è passati al chiuso del Fabrique. Per completare un weekend all’insegna dell’incertezza, chi doveva venire con te decide che non verrà più, decidendo di comunicartelo soltanto due giorni prima, dopo aver lasciato intendere nel mese precedente che sì, sarebbe stata della partita. Si parte così con un senso di rassegnazione e un’aria di sfida nei confronti della vita che non mantiene le promesse, ma non riesce comunque ad affossarti. Come piatto conclusivo nel menu dell’incertezza, mai così ricco, un ritardo di mezz’ora del treno di andata, ma quello, a ben vedere, può essere inserito tra le certezze. D’altronde i treni italici rispecchiano l’attitudine dei propri clienti, mai puntuali come ad esempio i cugini svizzeri, i loro orologi e con ogni probabilità anche i loro treni.

Gli amici sono in viaggio con i più svariati mezzi ai più svariati orari e allora decidiamo, o per meglio dire capita, di farsene di nuovi. Dopo esserci alleggeriti del bagaglio, lasciato in albergo, percorriamo la strada consigliata dal sito del Fabrique per raggiungere il locale stesso. Alla fermata del bus di Rogoredo ci troviamo in dodici, come gli apostoli, nessuno di Milano, tutti in direzione Libertines. Sentiamo parlare in ogni dialetto d’Italia, mentre una coppia di francesi ci chiedono informazioni in inglese, ma familiarizziamo in particolare con un ragazzo toscano che ci racconta di essere rimasto scottato, come noi d’altronde, dalle buche di Pete nel recente tour dei Babyshambles. Ed è subito empatia. Arrivati al Fabrique, dopo aver cambiato un paio di mezzi su indicazione del conducente, senza aver capito bene perché (eppure avevamo almeno una certezza, sul tragitto, dataci dal sito del locale…), notiamo che i presenti non sono poco numerosi come tutto lasciava presagire. Il locale è carino e ben gestito, ma quando arriveremo al governo la prima riforma che metteremo in atto riguarderà i concerti, che dal 1 giugno al 15 settembre, salvo proroghe, si dovranno svolgere all’aperto. Votatemi, quando sarà. Ci sono facce note ed esperte, ma anche nuove leve, di quelle che quando i Libertines erano al potere frequentavano le scuole elementari. Sosia – gli piacerebbe – di Barât e Doherty come se piovesse, scimmiottati anche nel look, con conseguenze imbarazzanti.  L’inizio del live è previsto per le 22 e nonostante tardi qualche minuto non ci annoieremo, grazie a un dj set molto convincente che ci farà passare piacevolmente il tempo, mentre fumiamo o siamo in fila per le birre, che di vizi non ne abbiamo mai avuti. Poi tutte le formichine che si stavano muovendo all’interno del locale, si fermano di botto. Urletti diffusi, mentre scende il telo rossonero con la scritta THE LIBERTINES, classico font stile punk che rappresenta più l’animo dei suoi membri che la musica proposta. D’altronde il loro indie rock garage post revival vanta numerose imitazioni, ha segnato un’epoca con due soli album e qualche inno indimenticato. Un obbligo morale vederli, anche perché partendo da loro abbiamo conosciuto a cascata tutto un sottobosco di band sommerse a loro connesse e più o meno dirette eredi. Scioglimento e reunion, problemi tra Doherty e Barât, due personalità troppo forti per non trovarsi in contrasto. Ma eccoli qui sul palco, insieme, con dei look da personaggi dei fumetti, in quanto non tengono conto delle stagioni, né della location. Carl ha una giacca di pelle aderente che fa caldo solo a immaginarla nell’armadio, Doherty un completo scuro di buona fattura, camicia bianca e cappello alla Pete. Il suo abito è di almeno una taglia più grande, per nascondere, con scarsi risultati, le sue rotondità, postumo dei mesi di rehab nel quale L’Uomo Delle Dipendenze avrà pur dovuto attaccarsi a qualcosa. Oltre ai succitati frontmen, il chitarrista John Hassall e il batterista Gary Powell, davvero abile e impegnato in più di un’occasione a caricare il pubblico, ci sono due ragazze, sul lato del palco, una delle quali si scoprirà essere intima di Doherty, in quanto lo accarezzerà dolcemente e lui la bacerà sulle labbra, al termine dal live. Ma andiamo con ordine. La scaletta è preparata per colpire a freddo, e così farà, anche se di freddo al Fabrique ce n’è ben poco. One two three four ed ecco ‘The Delaney’. È solo il pezzo numero tre e già è ‘Time For Heroes’, brano magico, uno dei nostri preferiti in assoluto, rende onore al suo titolo e senza alcuna fatica ci manda, con la sola forza del pogo altrui, esattamente a centro palco, in terza fila. Ci sentiamo tutti degli eroi e la nostra fantastica polo ci fa pensare che quando Pete canta dello stylish kid in the riot, stia proprio parlando di noi. Così come nei brani successivi temerò di morire nella classe sociale in cui siamo nati (altra citazione da ‘Time For Heroes’) e dalla quale ancora non ci siamo affrancati, in meglio o in peggio. Sul palco i membri danno tutto, mentre la folla oscilla scompostamente. Barât è il vero frontman e vocalmente fa più bella figura di Doherty, che ha i pezzi più belli e si dimentica di cantarne delle strofe, ma musicalmente sarà proprio quest’ultimo a spiccare di più, anche tra un brano e l’altro, quando si metterà a strimpellare la sua chitarra all’infinito, come se fosse nella sua cameretta. Il pubblico si diverte a vederlo in questa furia creativa, Barât lo riprende, poi però cantano dividendosi lo stesso microfono e qualcuno crede che siano di nuovo affiatati, anche se ci sembra tutto un grande bluff, una sopportazione forzata, perché il divorzio costa e il nuovo matrimonio si vende bene, nelle sale concerti di tutto il mondo. L’emozione è tanta con ‘What Katie Did’ e ‘Can’t Stand Me Now’, bellissime liriche, con i fan che cantano più forte dei loro beniamini. La divertente ‘Boys In The Band’, uno dei pezzi rock più puri degli anni ’00, ci appaga, e possiamo così abbandonare la fase salti, pogo e sudore del nostro concerto per accomodarci lateralmente, sulle scale vicino al bar, dal quale saremo abbastanza vicini per non perderci un dettaglio, ma senza avere intorno delle bestie feroci. Le hit ci sono tutte e sono tante, nonostante gli album dati alle stampe siano soltanto due, con il terzo in uscita a settembre, dopo ben undici anni. In scaletta ci sarà spazio per tre brani nuovi, tutti convincenti, con menzione d’onore per ‘Gunga Din’. Vuoi vedere che la scalcinata combriccola, band potenzialmente esplosiva, ma incompiuta, è ancora in tempo per fare il salto?

L’encore è da top 5 di ogni tempo: completo sotto ogni punto di vista, lungo come un ep – sette brani – e variegato come un concerto intero. In più tre pezzi simbolo, ‘What Became Of The Likely Lads’, ‘What A Waster’, vero manifesto di una generazione che rubrica lo spreco della propria vita a fatto very cool, e la conclusiva ‘Don’t Look Back Into The Sun’, piuttosto prevedibile e noiosa già dopo pochi ascolti su disco, ma amata alla follia da tutti i fan della band tranne uno. Non badiamo alla quantità, non in posti diversi dal supermercato, ma ventotto brani, di cui molti tirati, stanno a significare che i Libertines hanno dato tutto e nonostante i loro molti limiti sono riusciti a coinvolgerci come rare volte ci è capitato ai concerti in questo 2015. Nella loro discografia ci sono pezzi che dovrebbero essere ufficialmente riconosciuti come inni di questi tempi di merda e non snobbati come i vaneggiamenti di un paio di drogatelli. Sono artisti complessi, fallaci, e per questo ci piacciono ancora di più. Al termine della performance tripudio di applausi da parte di un pubblico soddisfatto e nessuna voglia di andarsene da parte della band, che resta a ringraziare come se fosse una compagnia teatrale, la più disordinata del mondo. I presenti restano ancora un po’, abituati alla canicola o forse spaventati dallo sbalzo termico con i 30 gradi esterni, ormai considerati clima da settimana bianca, dopo quest’esperienza. Comunque una bella serata di musica e uno show divertente da parte di una band che sembra reggersi con lo scotch e nemmeno del tipo più resistente. Non avendo certezze sul futuro, tantomeno quello dei Libs, abbiamo fatto bene a immagazzinare questo bel ricordo, con buona pace della vita che ti acceca con promesse fasulle.

Andrea Lucarini
@Lucarismi

Foto dell’autore

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