The Lemonheads @ Spazio 211 [Torino, 11/Ottobre/2008]

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Ad una certa età non vale nemmeno più la pena di nasconderselo. E di nascondersela: lui (Evan Dando) è sempre stato il solo ed unico fulcro di tutta l’esperienza Lemonheads. Lei (la sua voce, stranamente immacolata per appartenere ad uno slacker) il solo ed unico segreto del loro successo anche in ambito extra-alternative. E’ per questo che lui & lei si presentano sul palcoscenico soli soletti e iniziano lo show accompagnati esclusivamente da un chitarrino e due pedali. A voler parafrasare un titolo del Ligabue, Evan Dando è sempre lui: lo stesso che ha insegnato alla X generation ad amare Simon & Garfunkel, il Belli Capelli del grunge, il Bon Jovi flanelloso. Un tipino da mele candite, in grado oggi come ieri di appiccicare a sé come carta moschicida centinaia di strillanti presenze femminili. Successi più o meno recenti si susseguono uno via l’altro nelle versioni per voce e chitarra, le corazze dei rocchettari d’età si sciolgono dietro ai ricordi e alle sue romanticherie mentre chi ancora resiste e pensa forte “aridatece errocchenrolle” dovrà attendere fino a set inoltrato: sulla coda di “If I Could Talk I’d Tell You” prenderanno posto i due comprimari per inaugurare la seconda metà del set e completare il revival. Dando sguinzaglia l’assolo, i tre giocano a fare i cattivoni e fanno persino il verso ai Black Sabbath. Divertente. Poi però tutto termina com’era iniziato, con Dando di nuovo solo e appena più sconvolto di quanto non fosse un’ora e mezza fa: si mette la Gibson in testa, a volte ne fa meno e per l’ultimo brano decide anche di cantare fuor di microfono. A conferma del fatto che in fondo a lui è servita sempre e solo lei, la sua voce. Quella, e una buona messa in piega.

Simone Dotto

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