The Lemonheads @ Locomotiv [Bologna, 24/Febbraio/2019]

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Il nome Lemonheads e quello di Evan Dando evocano assolutamente i primi anni ’90: l’indie rock che non era indie ma andava su major, i dischi venduti a pacchi con poco sforzo (ogni tanto una cover e via ad andare!), la droga, le groupies e la solita fine dopo un paio di picchi. La storia di molti gruppi dell’epoca insomma. I picchi sono stati sicuramente i tre magnif… piacevolissimi “Its a Shame About Ray”, “Come On Feel The Lemonheads” e “Car Buttom Cloth”, prima di un passato dispensabile mezzo hc, mezzo punk, mezzo niente. Dopo quei primi dischi, Dando infatti aggiusta il tiro, si inventa la cover di “Mr Robinson” e lancia i suoi Lemonheads in orbita Billboard. Cesella però quegli album di canzoni deliziose di pop-punk-folk, zuccherose e ruffiane, con gemme di assoluto valore che ancora oggi mi inteneriscono per la loro semplicità e dolcezza. (‘The Great Big No’, ‘It’s About Time’, ‘Big Gay Heart’ ‘The Turnpike Down’). Dopo il 1996 e lo split cosa rimane dei Lemonheads? Un disco omonimo dieci anni dopo, abbastanza inutile, uno solista di Dando, e due album di cover in tredici anni. Poca roba davvero, ma ce la facciamo bastare. I due dischi di cover son bellini e vanno bene per non pensare a niente ma dubito che andrete oltre tre ascolti. E poi, diciamolo, sono terribilmente fuori moda. L’importante però è avere una scusa per andarli finalmente a vedere e far finta di essere nel 1993.

Buona la presenza al Locomotiv anche se non c’è la folla da asfissia per fortuna. Il banchetto merchandise è un po’ triste, insomma dai, uno sticker orizzontale di 5 cm a 5€ non si può vedere. Sorvoliamo e posizionamoci vicino al palco. Si inizia presto per fortuna con Karl Larsson voce del gruppo svedese Last Day In April, una sorta di Evan Dando smemorato e sfigato che con chitarra acustica e voce prova ad abbindolare i presenti. Ci prova, ci riesce ma a me non la si fa sinceramente. Una magra esibizione, non basta una chitarrina acustica deliziosa se non hai uno straccio di canzone da ricordare. Evan Dando e la sua band si presentano subito un po’ sullo scazzo andante, lui con un classico cappellino di lana come se fosse rimasto appunto nel 1993 e con i capelli a coprire il viso da belloccio. Inizio fiacco con qualche classicone mischiato alle nuove cover ma mi sembrano abbastanza statici con la band ferma sui piedi ad eseguire il compitino. E va bene, ‘Its About Time’ e ‘Its a Shame About Ray’ non passano davvero inosservate con il loro incedere trasandato e slabbrato, figlie predilette di Evan e del pubblico che le accoglie a braccia aperte. Ma è tutto ancora troppo fermo. Il momento più interessante arriva a metà quando Evan si prende la scena solista con un set acustico solo lui sul palco. Ed è qui che si vede tutta la sua classe, la sua voce calda e avvolgente ad ipnotizzare il pubblico, come nella magnifica ‘Into your Arms’ (un tizio davanti a me non smette di usare Whatsapp o Telegram o quel cazzo che sia durante tutta la serata. Soldi ben spesi insomma). Diventa talmente intima la performance che nell’ultimo brano Evan canta senza chitarra, solo voce e microfono. Poi toglie persino il microfono e canta solo, con la voce nuda. Da applausi. La serata ha però un imprevisto. Durante il set acustico si innervosisce per le foto che gli stan facendo e interrompe due volte il brano. In uno scatto di nervi butta il microfono a terra poi si accanisce sulla batteria e cerca grottescamente di rompere l’asta del microfono che si dimostra per fortuna più dura dei suoi muscoli. Manda affanculo tutti e dà il numero della camera d’albergo per fare a botte. Torna sul palco, suona due brani di punk sporco e grezzo dove passa tutto il tempo a scordare la chitarra e a lanciare il vino al pubblico. Concerto chiuso così. Oh, e ‘Big Gay Heart’? Ma dove cazzo vai Dando? Ubriaco o no me la devi fare. E invece niente. A vedere le scalette delle altre serate fa rodere abbastanza perchè sono decisamente più lunghe mentre qui è durato tutto 1 ora e venti minuti scarsi. Concerto che termina male con qualche fischio e parecchia delusione. Fine corsa.

Dante Natale