The Lemonheads @ Circolo degli Artisti [Roma, 9/Ottobre/2008]

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I Lemonheads sono Evan Dando, l’anima del gruppo, l’intenzione lirica e sonora. La continuità con la rabbia post-adolescenziale degli esordi, a partire dai primi LP sotto l’ala della storica Taang! di Boston. Una linea retta che attraversa in pieno gli anni ’90. Che li accarezza, li strattona, li osserva col sorriso amaro di chi ha passato periodi non certo invidiabili. Dando è stato carbone ardente, prima di essere l’idolo delle ragazzine. Quarant’anni nel 2007 e nessuno ci crede. Quel gigante che stasera appare inoffensivo, sofferente, sarà pure navigato ma è pur sempre un ragazzo. Lo dico al mio amico non appena usciti dalla calca, non credevo mi sarei commosso nel vedere in azione un gruppo del decennio scorso. Non ancora almeno. Non credevo avrei sentito quella distanza, quel senso di vuoto. E detto: certo che ne è passato di tempo. Che poi è strano, a pensare che io sono nato dopo la caduta del Muro. Guardalo. Dev’essere fatto, è senz’altro sotto effetto di qualche droga. Guarda come muove gli occhi e poi li fissa sul soffitto, sopra la testa. Non suona la chitarra, la gibson bianca smaccata che regge malamente in mano. Sembra si stia rivolgendo a un padre irraggiungibile. Eppure suona la sua particolare formula di grunge-pop – non c’è definizione migliore, credo – come si trattasse di hardcore. Dicevano che a togliere i distorti da ‘Zen Arcade’ rimane la melodia, il cuore fragile di un album che parla d’adolescenza e frustrazione. Evan Dando l’ha messo in prima piano, quel cuore melodico. Prima che salgano sul palco batterista e bassista – Karl Alvarez, reduce da un’altra formazione: parlavamo di hardcore, la sigla Descendents vi dice niente? – Dando sciorina tutto d’un fiato perle rare come ‘The Outdoor Type’ e ‘Ride With Me’. Con la formazione al completo attacca con ‘My Drug Buddy’. Non suona le cover che l’hanno reso famoso al grande pubblico di MTV. Niente ‘Luka’, niente signora Robinson. ‘It’s A Shame About Ray’ si regge in piedi da sola. Come ‘Confetti’, ‘If I Could Talk I’d Tell You’, ‘Into Your Arms’. Poi torna a suonare da solo. Mi viene in mente Neil Young. Come lui songwriter solitario. Dà l’impressione di poter riempire uno stadio, da solo. Anche qualcosa di più grande. La voce ha qualcosa di indescrivibile. Non è tecnica, è altro; è sincera, piena e poi ammaccata. Sa reggere l’incantesimo e lo fa senza sforzi. Avrebbe da insegnare parecchio alle vocine missate, viziate e totalmente apatiche di certe ragazzette di fama globale. Dando ha saputo restare una stella del panorama “alternativo”, nel senso più sincero del termine. Non c’è qualcosa che suoni come i Lemonheads, e se c’è di certo non lo passano in radio. Anche dopo gli accordi con la Atlantic Records, anche dopo le azioni promosse dallo star system di cui per breve tempo ha fatto parte, Dando è rimasto lo stesso ragazzo di una volta. Di una timidezza, sfrontata, che commuove. E stasera è qui a ricordarcelo.

Filippo Bizzaglia

Tutte le foto by Marco Ceccobelli su: www.nerdsphotoattack.com

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