The Lemonheads @ Bloom [Mezzago, 18/Maggio/2012]

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In questi giorni si può parlare di almeno tre anniversari. Il primo riguarda il mitico Bloom sito nella brianzola Mezzago che compie i suoi primi 25 anni di vita con un curriculum di tutto rispetto dopo aver ospitato la crema delle migliori rock band degli anni ’80 e ’90 (Nirvana, Primal Scream, Primus, Henry Rollins, Green Day, QOTSA, etc.) ed aver assistito allo sbriciolarsi, uno dopo l’altro, dei coetanei locali milanesi (Rainbow, Transilvania, Rolling Stone etc.). Si narra che l’ex Husker Du Grant Hart definì ironicamente il Bloom “il miglior rock club di Mezzago”. Il secondo, purtroppo, ricorda le stragi di stato durante le quali caddero anche Borsellino e Falcone. Questa celebrazione non è passata in sordina come sappiamo dalle cronache di questi giorni che anziché parlare del Bloom parlano del “boom”, non di Grillo, ma di Brindisi. Certamente, di questo “boom”, l’uccello del malaugurio Napolitano ha sentito almeno un’eco. Il terzo ed ultimo, riguarda, i Lemonheads, che vidi in Inghilterra circa 18 anni fa. Era il periodo di ‘Come On Feel The Lemonheads’, album uscito un anno dopo il seminale ‘It’s a Shame About Ray’ che consacrava la band statunitense nell’olimpo del folk-bubblegum-pop, genere che trovava la sua ispirazione dal grunge ma che ne trasformava gli aspetti struggenti e nichilisti di tutta una generazione in piccole immagini della provincia americana fatta di colori senza tempo e di ricordi di un amore eterno ed impalpabile. In questo tour e in quest’unica data italiana Dando vuole anch’egli celebrare qualcosa ossia il suo miglior album accompagnato da Chuck Treece alla batteria e Jesse Cronan al basso. Al Bloom ci sono per lo meno due generazioni, la mia e quella degli attuali trentenni cresciuti coi i ricordi, le musicassette e le parole di chi ha vissuto il fermento di quegli anni. Ci sono le ragazzine e le più datate ragazzotte che hanno pianto, riso e si sono emozionate ascoltando proprio ‘It’s A Shame About Ray’ nei loro walkman, ma ci sono anche alcuni amici di Milano che ho conosciuto solo qualche anno fa ma con i quali, pur se a distanza, ho condiviso le stesse passioni durante l’adolescenza inquieta. Di spalla ci sono gli scanzonati, allegri e giovanissimi Minni’s della scena indie-rock milanese. Gustosi, disinvolti e fin troppo naturali specie quando si suggeriscono gli accordi durante alcuni pezzi.

Alle 23.30 salgono i Lemonheads sul palco. Dando viene accolto calorosamente dal gran pubblico presente. Mi giro e vedo anche qualche lacrima uscire dagli occhi di una non più giovanissima donna. Senza troppe parole e su di un tappeto di feedback di chitarra attaccano lo spettacolo facendoci fare un salto all’indietro nel tempo con ‘The Turnpike Down’, seguita da ‘Hospital’. Ma è su ‘Break Me’ e ‘Rudderless’ che poso la camera. Lo stesso fa un fotografo professionista che poggia il suo bazooka sul palco e comincia a dondolare e ad agitare le braccia in alto in un modo scoordinato, tipico di chi è un bel pezzo che non le muoveva più a questo modo. I tournisti fanno il loro meglio per catalizzare tutta l’attenzione su Dando che rispetto al 1994 è curvo, posto di lato rispetto al pubblico, in perpendicolare rispetto al microfono e coperto dai lunghi capelli. Credo che Stefano Masselli (Mucchio), navigatissimo e attivissimo fotografo freelance milanese, incrociato spesso in giro, abbia avuto non poche difficoltà a beccarne il volto. Anche sulle più poppeggianti ‘Alison’s Starting To Happen’, ‘Rockin’ Stroll’ e ‘Down About It’ Dando non fissa per una sola volta il pubblico: occhi chiusi oppure rivolti altrove, spesso in alto. E’ rabbioso sulla nirvaniana ‘Style’, su cui qualcuno dal fondo dopo una bella rincorsa ci comprime sulle casse spie. Sono spariti gli occhi trasognati ed eccitati del bel Dando che tentavano di anticipare il futuro di tutti noi raccontandoci come e quanto è bello l’amore ed hanno lasciato lo spazio ad un quarantenne un po’ malinconico e consapevole di quello a cui quella generazione ha poi assistito. Un Cobain di 20 anni più vecchio.

Andrea Rocca

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