The Knife @ Alcatraz [Milano, 29/Aprile/2013]

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C’è solo una cosa al mondo che mi urta più della maleducazione di una tuta in tecnofibra, di un capello svigorito raccolto da un mollettone di plastica dozzinale, dell’odore di acrilico dentro un grande magazzino ridotto a pista da slalom tra ceste di offerte masticate: l’ignoranza. Che è molto semplice da definire. “L’ignoranza è la condizione dell’ignorante, cioè chi non conosce in modo adeguato un fatto o un oggetto, ovvero manca di una conoscenza sufficiente di una o più branche del sapere. Può altresì indicare lo scostamento tra la realtà ed una percezione errata della stessa”. Attenzione! Può altresì indicare lo scostamento tra la realtà ed una percezione errata della stessa. Da qui e dalla stima professionale che nutro verso la persona che cura queste pagine (solerte nel consigliarmi l’avvenimento, convincente nello spingermi a farne cronaca) che ha inizio uno delle esperienze più coinvolgenti (sconvolgenti) della mia vita trascorsa per buona metà a zonzo per concerti. Ricordate la mia cameretta citata nel precedente racconto londinese? (leggi) Ebbene proprio da uno degli scaffali più alti che sovrastano l’intero perimetro quadrato, ho sfilato, attenta a non venir investita da un nugolo di minacciosa polvere, uno di quei dizionari di Italiano che ho abusato fino allo sfinimento durante l’epopea scolastica. Azione di equilibrismo atletico casalingo solo per riportarvi con esattezza la definizione di [ignoranza]. Tollerata in Via Valtellina grazie ai pochi ma utilissimi insegnamenti zen della Rosy, che qualche anno fa mi indicò la strada per ritrovare il respiro che spesso perdevo tra gli affanni di una vita piena di ansie e piccole vanità mondane (e ritorniano a quei vecchi tomi, alle odi, ad Orazio). Non tollerabile affatto dopo aver letto e sentito bestialità assortite in un peraltro brevissimo giro web (io non residente in nessun social network) alla ricerca di feedback a sangue caldo che avessero come oggetto The Knife live a Milano. Che tristezza per quegli insegnamenti alla ricerca della calma perduta. In questo preciso istante inutilizzabili come un foglio di carta straccia. La Rosy capirà, sono sicura.

Era stato tutto scritto e ampiamente spiegato nel curioso manifesto programmatico. Quasi a voler scandire e quindi a sancire la fine di un’attesa durata sette anni. Schegge di teaser, artwork rivelatori, disegni e poi ancora e ancora e ancora tanto. I video dei primi singoli, il minutaggio fiume, la concettualità estrema di ‘Shaking The Habitual’, quell’intervista dall’assolata sembianza orrorifica, altalenante nel vero senso della parola, il fulcro e il verbo. E appunto lo show. Astrazione e destrutturazione. Soprattutto destrutturazione. “We, The Knife, will be performing live. We will be there, on stage, all seven of us, sometimes all ten of us, or even more. We have worked hard, together. Things, ideas, concepts have been tried, tested, discarded, evolved, perfected and discarded again”. Con coraggio, con i rischi riflessi sulla pelle. Karin e Olof = Essere e Tempo. Spiriti ontologici che han lavorato per sottrazione diretti all’epicentro metafisico. Nella loro migliore intepretazione come attori protagonisti. Invisibili eppure presenti. Presenze. Rompere le strutture classiche significa esasperarne i cardini, i muri portanti, le fondamenta. Con un filo logico, quasi fosse narrativo, incentratato sulla sessualità e sulla funzione nelle parti in gioco, dissomiglianze stratificate su più livelli, apertura e accensione delle coscienze (non) armate (“During the Shaking The Habitual Show we will sell publications made by the people we love and learn from. Their work on intersectional, feminist, anti-racist, anti-capitalist strategies has inspired us to keep fighting for what we believe in). Strategia. La più “raffinata” da trovare oggi sul mercato. The Knife signori dell’arte bellica musicale.

Nel club più importante e avanzato d’Italia la lezione è stata schiacciante. Da ricordare e tramandare. La famiglia Dreijer ha dato prova di una manipolazione senza precedenti. Anche a costo di venire vinti dalla loro stessa avanguardia. Pura avanguardia. Opera teatrale e teatralizzata. Dimenticavo, sono sola. Milano è un’oasi deserta per sperare nel caldo abbraccio di un’amicizia che qui non c’è mai stata. Meglio, molto meglio così. Perchè quando appare lateralmente il santone new age Tarek Halaby io ho solo voglia di sollevare le mani intorpidite dall’umidità e dall’attesa, scuotere quel biondo “Chan Marshall” figlio dei consigli di una notte insonne. E’ Deep Aerobics. Fondata sulla visione e sulla convinzione di distruzione della tecnica (la rottura degli schemi classici… ricordate?) di quel Miguel Gutierrez che da oltre un decennio è faro riconosciuto (“My work tends to be quite emotional and concerns itself with the phenomenon of existence. I am interested in asking who are we and why are we here, both in in life and in the theater. I am fascinated by the body’s ability to move between the mundane and the transcendent. I am interested in how the presence of the audience creates a space of attention and extraordinary perception…”). Tutto torna. A poco a poco i pezzi vengono incastrati magistralmente come in una sensuale fusione di corpi. E la percezione da questo momento in poi non potrà in nessun modo avvicinarsi all’errore. Io non ignoro.

Finito il sommario, l’allenamento, l’esercizio di stile, ecco le luci e le maschere. La presenza delle presenze. Gli strumenti impalpabili come ologrammi, striati di luce e ombre, finzione per la rappresentazione. ‘A Cherry On Top’ e la trascendentale spirale di ‘Raging Lung’, l’esordio trasfuso nella reiterazione sensoriale di ‘Bird’, la polifonica percussività tribale di ‘Without You My Life Would Be Boring’ prima che tutto sparisca. Impossibile non capire che la coppia scandinava ci ha già donato la soluzione. L’abbiamo avuta davanti agli occhi. Da questo momento c’è bisogno di parlare di break avanguardistico. Ne sarebbero andati fieri André Breton e Salvador Dalì, Georges Braque e Max Ernst, Karl Popper e Filippo Marinetti. Tutti accomunati dall’oltre dell’esperienza sensibile. La compagnia di ballo prova a fare questo. Cosa importa ormai degli strumenti. Cosa importa se siano o meno basi registrate, certo che lo sono. Interazione con immagini e visual, disintegrazione dei ruoli assegnati, intercambiabilità ossessiva, uscite e ricomparse, è tutto un fluire dinamico e vorticoso. L’impero dei sensi smarriti. Il sudore sulla pelle mi appare di un dolce sapore, di un dolce sentire. Sinceramente non ho la più pallida idea di chi ho attorno. Forse nessuno. Totale appercezione. Siamo dunque al traguardo della metafisica. L’origine e l’arrivo. Mentre molteplici si infrangono su ‘Silent Shout’ strutture simmetriche di colori e luci. Ora che abbiamo la conoscenza e i mezzi possiamo continuare da soli. Al centro dell’Alcatraz due ballerine continuano a condurre le danze. Pressanti. Possenti. Tocca a noi.

Quando è tardi anche solo per pensare ad un mezzo che mi riporti in albergo mi rendo conto di quello che è stato. Il sangue non è ancora freddo per provare a razionalizzare ciò che non è possibile razionalizzare. Un’esperienza di estasi mistica. Contro i distaccati dalla realtà. Gli ignoranti. Dimostrazione becera e vetusta di rigidità culturale. Bastava lasciarsi andare all’essenza dei Knife. Che è arte. Arte pura. “Kick, kick, left leg back, turn, kick, right leg. Stay. Things get blurry, that’s ok. We’ll move. Open arms, twisted ankles. We will be performing live. All of us”.

Silvia Testa