The Killers + Stereophonics @ Ippodromo delle Capannelle [Roma, 11/Giugno/2013]

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A parlare di quanto storicamente siano stati sottovalutati i Testament, di quanto storicamente sia stato stronzo Dave Mustaine, di anedotti, di Gods Of Metal, di corna levate al cielo, di quanto storicamente i Motorhead abbiano sempre spaccato le reni a tutti. E’ così che io e il giovane Ghilardi occupiamo il tempo che ci separa dal parcheggio antistante l’entrata del Rock In Roma ad una posizione di favore alla destra dell’imponente palco per destinazione. Gli Stereophonics hanno appena iniziato il loro set e fa subito “impressione” vedere quanta poca gente sia convenuta ad assistere al ritorno dei The Killers. Scarsa affluenza se vogliamo considerare “importante” la band di Flowers, enorme affluenza vicino alla fiumana se vogliamo considerarla una band “come tante altre”. A voi la scelta dell’opzione migliore. La curiosità che deve animare sempre chi fa questo mestiere, mi ha condotto fin qui, ad un anno (quasi) dalle meraviglie raccontate su queste pagine (Radiohead, Portishead…) e a meno di un mese dall’orgia sonora vissuta nella vicina Barcellona. Sono perfettamente conscio del fatto che non ho dei punti di riferimento che possano giovare o giocare a favore degli headliner di questa sera. Ma che vogliate credermi o meno, non sono affatto prevenuto, non ho nulla da farmi vendicare, i Killers personalmente non mi hanno fatto nulla di male, non conoscendomi/li non vedo quale astio possa intercorrere tra noi.

La seconda cosa che fa impressione questa sera è vedere, purtroppo, ma è la dura legge del business, il quartetto gallese aprire (quasi mestamente) per i cugini americani. Ho sempre avuto un debole per gli Stereophonics, per la voce al vetriolo di Kelly Jones (forse perchè mi ha sempre ricordato quella del più grande singer di tutti i tempi, certamente Rod Stewart), per i primi due album che conservo gelosamente nella mia discografia (certamente alla lettera “S”, incastrati tra Stereo MCs e guarda caso proprio Rod Stewart), per la forte attitudine “rock” (perdonate l’uso-abuso di quest’orrenda parola) sempre poi confermata nei loro potenti live, per una deficitaria propensione alla patina da prima pagina che li ha spesso tenuti fuori dall’hype e dal gossip musicale in genere. Con tutto l’amore e la pazienza che mi sono universalmente riconosciuti, dichiaro senza il pericolo di dover essere smentito seduta stante che artisticamente i britannici finiscono (la manica è larga) con ‘You Gotta Go There To Come Back’ (dieci anni fa esatti) anche se qualcuno dirà che il successivo ‘‪Language. Sex. Violence. Other?‬’ andrebbe rivalutato (può darsi, ma non ora grazie). Umanamente gli Stereophonics finiscono con la morte prematura di Stuart Cable (avvenuta esattamente tre anni fa, che macabro ricordo). Il punto è però che ci troviamo davanti ad una band che, amata/odiata che sia, fino a “ieri” riempiva gli stadi, suonava in festival oceanici, vendeva milioni di album, diventava l’ottava band della storia UK ad avere 5 album consecutivi al numero 1 (dietro a signori di una certà esperienza come Beatles, Zeppelin, Genesis…). Insomma Kelly Jones e compagnucci gallesi sono stati una formazione con discreti controcazzi. E lo dimostrano nei circa quaranta minuti di set a loro concesso, quando presi da lampi di furore agonistico passato, spingono e pestano nei brani più riusciti, lasciando (purtroppo) troppo spesso la mano e il mestiere ai singoli-pseudo ballad che li hanno resi (più) famosi nella dimenticabile seconda parte di carriera. I giovanissimi presenti godono in amore quando riconoscono ‘Maybe Tomorrow’ piuttosto che la melensa ‘Have a Nice Day’. E’ la solita storia. Jones non ha perso un millimetro quadrato della sua gola cartavetrata, il fido ed “originale” Richard Jones (non sono mai stati parenti, sia chiaro) è un bell’animale da palco e i più recenti Zindani e Jamie Morrison (entrato da circa 12 mesi proveniente dai londinesi Noisettes) non sono solo semplici comprimari. Ringraziano di cuore e lasciano il palco alle star (!).

E’ stato il concerto più imbarazzante, a questi livelli, mai visto in vita mia. A voi la possibilità di continuare a leggere quanto segue o cliccare ed espatriare su qualche altro sito più rassicurante. Eh si perchè i Killers sono una band di “livello”. Questi ragazzi di Las Vegas hanno infatti venduto qualcosa come 17 milioni di dischi. Per arrivare a tanto non devi essere così scarso, no? Avrai delle qualità che ti sono state globalmente riconosciute, no? Sarai un musicista quantomeno preparato a confrontarti con grandi masse, grandi palchi, grandi festival, grandi colleghi, no? Le saprai suonare due note in croce, no? Le saprai cantare due canzoni, due, come Dio comanda, no? Sarai corroso dal sacro furore del rock’n’roll, no? Avrai delle carte da giocare per sorprendere ogni volta il pubblico, no? La risposta è NO. I Killers sono in sei sul palco. Minchia in sei. E purtroppo le voci e tutto il resto si sentono eccome. I Killers non sanno suonare. Brandon Flowers non sa cantare. Non ha verve, non è caratteristico, non trascina, si limita a due saltelli, stona da far invidia ad un caimano senza denti, rovina (è la parola tristemente esatta) tutte le sue canzoni, anche quei singoli (buoni, piacevoli, synthsbarazzini) che hanno decretato il successo del primo album. Il suono è piatto. E a stagliarsi invadente è quella maledetta tastiera di questo genio che risponde al nome di Ted Sablay, che ammanta di splendido nulla tutto il resto della band, rimasta evidentemente ancora dentro la saletta da ballo del college, o peggio sopra il palchetto dell’Hard Rock Cafè della loro Las Vegas del cazzo. I brani nuovi sono orrendi. Epici, mal riusciti, mal eseguiti, tronfi. E la differenza con quelli dei primi due album è netta, troppo netta, incredibilmente netta. Anche quel briciolo di buono viene pazzescamente storpiato da una palese incapacità (totale), che ripeto, mi lascia al contempo pietrifcato ed esterrefatto. Infantili anche quando in alcuni break creano “l’attesa”, due rullanti, due parole, due immagini alle spalle, qualche “fuoco” fatuo. Flop, fake, bluff, tutti i termini farsa possono essere tranquillamente usati per definire questo spettacolo e questa band. Pensare che ultimamente si è disquisito rabbiosamente, ingiustamente, sulle produzioni e sulle esibizioni di The Knife, My Bloody Valentine, QOTSA, Daft Punk… non fa altro che confermare quanto arretrata sia la nostra condizione culturale-musicale in Italia. Dove basta essere accolti e abbindolati dal “già sentito”, dall’usato sicuro, dal basta che c’è, per essere contenti e felici, anzi felici e contenti. Dopo i Killers gonfio il petto e mi sento fottutamente orgoglioso di essere connazionale di Marco Mengoni.

Emanuele Tamagnini