The Killers @ Rock In Roma [Roma, 20/Giugno/2018]

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Ci volevano degli assassini per portarci la prima volta all’inaugurazione di una rassegna che ogni estate, da un decennio, ci fa galoppare verso l’ippodromo delle Capannelle, ma mai prima d’ora ci aveva visti sotto palco nella data d’esordio stagionale. È un piacere ritrovarsi sull’Appia Nuova, vedere il brulicare della folla che si avvia verso la venue, beve qualche birra lì davanti mentre si riunisce poco alla volta con gli amici. Per noi abituati a concerti più intimi, la cosa più apprezzabile di quelli con più pubblico è proprio questa, c’è sempre un bel po’ di gente che conosci e che magari non vedi da tempo che ci va e l’esperienza musicale si associa a quella umana, si salutano volti noti e si fa tutti insieme la promenade verso il palco, ricordando i tempi che furono, anche in quella sede, con gli spostamenti del palco avvenuti negli anni da questo a quel capo dell’ippodromo. Decidiamo di lasciare l’ombrello in macchina, sebbene una pioggia sabbiosa, di quelle che sporca le auto, dopo essere partita in sordina inizierà a scendere copiosamente. Non siamo in Inghilterra, bensì nella città che viene derisa per le psicosi nei confronti delle precipitazioni, ma quando, con pochi minuti di ritardo sull’orario d’inizio previsto, Brandon Flowers e soci saliranno sul grande palco, per la terza volta dopo il 2009 e il 2013, ci rendiamo conto che loro se ne fregano e allora lo facciamo anche noi, immergendoci, è proprio il caso di dirlo, nel live. La voglia di musica all’aperto a Roma è molta e le presenze saranno più di quelle che ci aspettavamo, rapportando il numero degli spettatori a quelli di altri concerti simili ai quali abbiamo assistito nelle scorse edizioni del festival. The Killers abbracciano una fetta piuttosto consistente di profili, da quelli che si sono avvicinati ad un certo tipo di indie e alternative rock grazie al loro approccio soft, a quelli che li hanno conosciuti per aver prestato, dietro ricca pigione, i loro brani a film, pubblicità, videogiochi e serie TV. Le hit sono tutte racchiuse nei primi tre album, quelli pubblicati tra il 2004 e il 2008, ma gli ultimi due, arrivati nel 2012 e 2017, si sono mantenuti su un livello tra l’ascoltabile e il piacevole, seppure non ispirati come i precedenti. Brandon Flowers, sul palco con mise e atteggiamenti che ricordano un mix tra Ricky Martin e Cristiano Ronaldo, ha pubblicato due album solisti ed ha cambiato negli anni la sua immagine rendendosi una vera e propria pop star, mantenendo però sorriso e ironia di chi è felice di essere arrivato al grande pubblico, dopo aver faticato, non troppo a lungo, nelle cantine. Si sono formati dopo aver assistito a un concerto degli Oasis e si ispirano ai Coldplay, ma queste influenze, soprattutto l’ultima, per nostra immensa gioia, sembrano quanto di più lontano dalle loro corde. Il live inizia con un esplosione di coriandoli rosa (ok, questa forse un po’ Coldplay) e col brano ‘The Man’, primo singolo estratto dalla fatica più recente, ‘Wonderful Wonderful’. Non si fa in tempo a togliersi i coriandoli dai capelli che ce le toglie il vento spostato da chi salta e si dimena, quando parte ‘Somebody Told Me’, pezzo senza bisogno di presentazioni, col pubblico subito in visibilio che canta a squarciagola un ritornello tra i più divertenti degli anni zero. A distanza di anni fa sempre molto ridere sentir dire a un ragazzo mollato “qualcuno mi ha detto che hai un ragazzo che somiglia a una ragazza con cui stavo a febbraio dello scorso anno”, con tono serioso e quasi arrabbiato. Flowers, completo nero con giacca dal revers con lustrini, potenziale omaggio alla natia Las Vegas, balza da una parte all’altra del palco con grande carica, sporgendosi quanto più possibile per portare la sua immagine in faccia ai fan in visibilio. Regge davvero bene il ruolo di frontman per tutta la durata del concerto, ammiccando agli spettatori, parlandoci e mostrando un’ottima tenuta fisica, vista l’intensità della prestazione. Il resto della band lo supporta a meraviglia, facendo dire a chi ci sta intorno, che la riproduzione dei pezzi studio è così perfetta da sembrare di ascoltare un disco. Vero, ma in realtà è proprio la voce di Brandon, impegnato in uno spettacolo a trecentosessanta gradi, a perdere dei colpi, ma non si tratterà di nulla di trascendentale, né inaspettato. Nella scaletta ci sarà spazio, tra gli altri, per ‘Spaceman’ e ‘Human’, la splendida ballata ‘A Dustland Fairytale’ e ‘Smile Like You Mean It’, oltre a quattro pezzi, compreso quello di apertura, tratti dall’ultimo disco. Non esaltano, ma ben si integrano al resto della scaletta. Non avendo fatto grandi sperimentazioni le atmosfere restano sempre quelle apprezzabili del passato. Lo spettacolo di luci sarà particolarmente suggestivo e i visual, proiettati sul ledwall, doneranno ciò che serve per viaggiare, almeno con gli occhi e la mente, da Capannelle agli Stati Uniti. Sul palco campeggeranno i classici simboli associati all’uomo e alla donna, il cerchio con la freccia azzurro e quello col + rosa, posizionati nell’ordine nella zona della band e in quella delle tre coriste che si faranno sentire e apprezzare. L’ultimo brano della scaletta regolare è ‘All These Things That I’ve Done’, con il celeberrimo grido finale I got soul, but I’m not a soldier, portato avanti all’infinito ed accompagnato da un’esplosione ancora più fragorosa di maxi strisce di coriandoli tricolori, omaggio alla nazione che li vede esibirsi in quest’ultima sera di primavera. L’encore avrà le fattezze di un EP, quattro pezzi che partono con la recente ‘The Calling’, l’amatissima dai fan ‘Believe Me Natalie’ e quelle preferite dalla maggior parte dei presenti, ‘When You Were Young’, inno generazionale, e ‘Mr. Brightside’, forse il loro brano più noto. Si chiuderà in un tripudio di applausi e ci renderemo conto di non saper dire quanto sia durato il concerto perchè non abbiamo guardato l’ora nemmeno per un secondo, coinvolti da uno spettacolo non solo musicale, per quello ci sono band che ci colpiscono maggiormente, ma va dato atto alla band del Nevada di aver messo a punto uno show così intenso e ben organizzato da non lasciare spazio a distrazioni di sorta.

Andrea Lucarini

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