The Jon Spencer Blues Explosion @ Monk [Roma, 11/Marzo/2016]

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Tum-tum-pa-tum-tum-pa. In principio era il Ritmo. Il drumming di Russell Simins è sanguigno, primitivo. Nelle movenze ricorda qualcosa di Ginger Baker. Judah Bauer è il più compassato, il più misurato di tutti: si destreggia tra le corde come un navigato veterano che sappia a memoria la carta del cielo. E poi c’è il Master of Ceremonies, l’incantatore di serpenti, la ragione sociale della ditta: come Sansone, sembra trarre la propria forza dal cespuglio di ricci che gli cinge il capo. Con i JSBX si torna alle radici della musica del demonio, al sacro fuoco che animava le peggiori anime perdute del blues. La strumentazione vintage e le valvole fanno il resto, gonfiando quel brodo primordiale con un surplus di elettricità e spessore che sono poi la matrice del suono catarroso delle chitarre. Come si dice a volte per cani e padroni, la chitarra di Jon sembra somigliargli – o forse ha più senso dire il contrario. In ogni caso, i fronzoli si son persi per strada molto tempo addietro e l’apparizione davanti agli occhi di questi tredellavemaria va di pari passo con l’emissione di materia sonora: l’una non può esistere senza l’altra. Ed ecco dunque arrivare in rapida sequenza e senza soluzione di continuità quattro o cinque pistolettate, che sono frammenti da due minuti scarsi di ruvido garage blues e che potrebbero essere scampoli di un unico, mastodontico progetto di brano infinito, un’interminabile epopea. Nessuno dubita che i Jon Spencer Blues Explosion suonerebbero ancora così nel 3000, dopo accurata ibernazione. E soprattutto, nessuno se ne fa un problema. È un po’ come andare a trovare l’amico al bar del paese: sai già dove lo troverai seduto, cosa avrà bevuto, le alterate parole che ti rivolgerà. Una sicurezza. WYSIWYG (What You See Is What You Get).

Tum-tum-pa-tum-pa-tum-pa-tum-pa. Dopo ‘Wax Dummy’, le cose si fanno più tese. ‘Freedom Tower – No Wave Dance Party 2015’ è un gran bel dischetto e il protagonista stasera. L’affetto è immutato a venticinque anni di distanza: il pubblico c’è, è presente, anche se ancora un po’ immobile. Jon dà tutto: si sbraccia, suda, gigioneggia e spadroneggia. I due degni compari gli danno manforte in quella che è la missione anche stasera, come ogni sera: spazzare via la polvere e far muovere le terga. Chi la dura la vince: dai e dai dai, eppur si muove, la nave si disincastra dallo scoglio e cominciano i primi accenni di salto sul posto, che porteranno in crescendo a un vero e proprio pogo nell’ultimo quarto d’ora. Basterebbero i rodati ingranaggi di questa macchina a riempire di significato la serata, ma aggiungere un po’ di stimolo per gli occhi non dev’essere sembrata una brutta idea. Ecco perché, a fare da sfondo ai tre musicisti, troviamo uno schermo su cui vengono proiettati spezzoni di video da fonti varie ed eventuali. Perlopiù sequenze da film dell’orrore, ma anche citazioni da film di culto come “Taxi Driver” o “Essi Vivono”, immagini di Andy Warhol e Lou Reed, riprese dal celebre CBGB’s, scheletri e ballerini danzanti e tanto altro.

Pausa. Poi tum-tum-pa-tum-pa-pa-tum-pa. Come se fossi arrivato tardi a una festa e devi rimediare al gap di sbronza degli altri che si sono già portati avanti col lavoro, durante le encore tutti sembrano comprendere che non ne avremo ancora per molto. Non troppo male, che a forza di battere i piedi il tendine d’Achille sta passando un brutto quarto d’ora. Ma il drappello di pischelli in prima fila è deciso a darci dentro. E i JSBX sono pronti a gettare benzina sul fuoco. Verso la fine il suono si ispessisce, fanno la comparsa gagliarde cavalcate che danno libero sfogo alla voglia di baldoria e anche Bauer ha il suo momento di gloria canora. I JSBX sono una repubblica fondata sul “c’mon!”. E sul “mmm!”, sull’”alright!”, sul “let’s go!” e su tutto il campionario di espressioni che Jon è in grado di inventarsi per infondere fomento nella folla. Che sudatamente ringrazia, di spintoni si strazia ma di feedback si sazia, dopo un concerto di passione e goduria. Al tavolo del merchandising, la folla che si raduna conferma che il colpo è stato messo a segno. Jon stesso si piazza quale uomo immagine affianco all’addetto vendite un po’ rintronato. Vinile e foto sono un tutt’uno. Nonostante il triste suggello della notizia di Keith Emerson, stasera i cuori (e i muscoli) hanno vibrato.

Eugenio Zazzara