The Jim Jones Revue @ Locanda Atlantide [Roma, 3/Dicembre/2010]

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Quando arrivo nei pressi di San Lorenzo sono le 22 circa, piove a dirotto e non c’è un cazzo di posto dove poter parcheggiare, neanche a inventarlo. E come Woody Allen in “Io e Annie”, sono uno di quelli che detesta arrivare tardi, anche se il film è iniziato da pochi secondi. Ma fortuna vuole che la Locanda Atlantide sia ancora in fase preparatoria al mio arrivo. Sento, infatti, da fuori il soundcheck della band d’apertura, i Bone Machine. Il furgone parcheggiato di fronte al locale invece, probabilmente appartiene ai protagonisti della serata, che proprio le pagine di questa webzine mi fecero conoscere. Quando lessi il nome Jim Jones Revue per la prima volta, andai a cercare freneticamente i videoclip dei singoli che lanciò dall’album d’esordio omonimo del 2008 (del quale si dice sia stato registrato in sole 48 ore in una “rehersal” a Camden Town). Mi ritrovai ad ascoltare l’essenza del rock’n’roll, del garage, del punk rock e del blues sintetizzati in un’unica band. Così seppi anche dei Thee Hypnotics: spettacolare primo progetto di Jones che suonava un garage psichedelico negli anni ’90 quando erano ben altri i generi di punta in quegli anni, e dei Black Moses, gruppo degli anni zero che puntava più sul soul e funky, ma in un periodo in cui ad avere attenzione era l’indie rock. Oggi questo grande personaggio è finalmente a Roma con il suo The Jim Jones Revue ed ho la possibilità di vederlo in azione.

Alle 23 circa la Locanda inizia ad accogliere abbastanza pubblico, così Jack Cortese, Black Macigno e Big Daddy-Rott salgono sul palco con le loro maschere della Lucha Libre e cominciano il loro sempre gradevole spettacolo. I pezzi sono principalmente i soliti, da ‘La Banda Che Suona Le Tue Ossa’ a ‘Rock’N’Roll Zombies’, quindi è una sicurezza, ma devo ammettere che sembrano più mosci del solito: non hanno tirato neanche una bestemmia. Al bancone quando ordino da bere vedo Jim Jones che vorrebbe una Diet Coke ma, dopo aver ricevuto una risposta negativa, lascia stare e si dirige verso quello che sarà il luogo dove di lì a poco egli si esibirà. Ora la sala bar è piena, i banchetti delle due band sono assediati, ma quando entrano Jim Jones, Rupert Orton, Elliot Mortimer, Gavin Jay e Nick Jones, c’è veramente poca gente.

Una cosa interessante però è la loro disposizione sul palco: lo occupano totalmente, vogliono tanto spazio, perché la batteria è attaccata alla parete posteriore come anche l’ampli del basso e delle chitarre, di lato c’è la tastiera di Elliot Mortimer rigorosamente senza sgabello. Quando attaccano a suonare, Jones in giacca e gilet, è davanti, si sporge, inizia a muoversi con i suoi atteggiamenti molto english, quasi glam. Gavin Jay al basso è quello che cammina di più “testando” ogni punto del palco. Smorfie di divertimento invece sono sul volto del batterista Nick Jones mentre il ciuffo brizzolato di Rupert Orton si fa notare quasi quanto i suoi assoli decisamente rockabilly. La voce si sente molto poco, coperta dal sound degli strumenti possente e compatto, e dopo qualche minuto scompare del tutto. Quando i fonici fortunatamente riescono a risolvere il problema, gli acuti e le urla roche di Jim si sentono più nitide di prima: sembra che voglia sfondare i timpani di tutti i presenti. Sempre più eccitato e disinvolto, questo folle inglese gioca con l’asta del microfono, muove il bacino, mentre con stizza lancia la giacca per rimanere solo con la sua camicia vintage. Ogni brano è carico di energia. Tutta la band è carica di adrenalina e riesce a guadagnarsi l’attenzione dei presenti che prima pareva non ci fosse. Il tastierista poi, suona il piano alla Jerry Lee Lewis ad una velocità impressionante, come se avesse un’altra mano nascosta da qualche parte. Oltre al grande show teatrale sul palco, Jones intrattiene molto dialogando col pubblico della locanda che pian piano si è avvicinato sotto al palco e si scatena “ebbro di rock’n’roll”. Tra un “Che cazzo” e un “One, two, three, four” Jim scende dal palco, avvicina la sua Gibson nera sulle ragazze in prima fila. Dice che è la loro prima volta a Roma e lo show è di loro gradimento. Cerca di incitare il pubblico a battere le mani e ad urlare i ritornelli dei vari pezzi. Suonano praticamente tutto il loro repertorio: ricordo con sicurezza e non nell’ordine esatto ‘Dishonest John’, ‘Foghorn’, ‘High Horse’, ‘Burning Your House Down’, ‘Shoot First’, ‘Elemental’, ‘Princess & The Frog’, ‘Hey, Hey, Hey, Hey’, ‘Rock’N’Roll Psychosis’. Ero più o meno sotto il palco e se mi giravo potevo contare le poche persone alle mie spalle, ma è stato veramente uno show spettacolare che, per quanto mi riguarda, avrebbe potuto continuare fino all’alba. Naturalmente non è mancato l’acquisto di ‘Burning Your House Down’ in vinile e neanche una stretta di mano a tutti i componenti ai quali chiedo anche di autografarmi il vinile. Jim Jones, sudato, mi guarda, si avvicina e mi dice ridendo con accento inglese ma gestualità italiana: “Certo!”.

Marco Casciani