The Jesus & Mary Chain @ Piazza Castello [Ferrara, 19/Luglio/2015]

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I Jesus and Mary Chain, storica band di Glasgow capitanata dai fratelli Reid, sono tornati in Italia dopo un’assenza di 17 lunghi anni, per far rivivere al pubblico di Ferrara Sotto le Stelle ‘Psychocandy’, il loro acclamato album d’esordio. Un afoso ritorno in terra italiana, come testimoniato dalla foto di un Jim Reid con ombrello nero per proteggersi dal sole. E proprio l’invivibile caldo ha spinto i fan della band a recarsi in Piazza Castello con grande calma: alle 9 di sera si potevano ancora intravedere persone che si aggiravano (psyco)candidamente per la piazza con un panino in mano. Un’attesa sotto traccia, quasi diffidente. Il fascino della band e l’occasione irripetibile sono sembrati prevalere, dal punto di vista delle motivazioni, sul puro aspetto emotivo. Età media relativamente alta, qualche capello bianco di troppo sopra le maglie di Psychocandy, e in generale maggiore curiosità che fomento. Un concerto maturo. L’apertura è affidata a The Sleeping Tree, un cantautore triestino che, armato di sola chitarra acustica e di tecniche di finger-picking, dà vita a uno show forse gradevole per gli amanti del genere folk à la Damien Rice, ma che non prende il resto della distratta folla.

Alle 21.45 è finalmente l’ora dei Jesus and Mary Chain. Si parte con ‘April Skies’, canzone che mostra una partenza buona ma con la macchina ancora troppo fredda. La sensazione è che il meglio debba ancora venire e che, soprattutto, 10 concerti programmati in 3 mesi per una band attiva solo a sprazzi siano pochini per affinare l’intesa. Arrivano subito dopo assaggi di ‘Automatic’, graffiante album del 1988, con ‘Head On’ e ‘Blues From a Gun’: quest’ultima sconterà una falsa partenza, e non sarà l’unica del concerto. Ma le basi per un grande spettacolo ci sono tutte, e i martellanti e taglienti riff di basso e chitarra lo testimoniano. Il pubblico, in principio calmo, inizia a scaldarsi, le teste si muovono, le prime file cominciano a ribollire. ‘Some Candy Talking’ abbassa i ritmi, ‘Psychocandy’, ‘Up Too High’ e ‘Nine Million Rainy Days’, in sequenza, fanno ponte, scivolando verso il clou della serata. I riff di William Reid, apparso poco centrato, sembrano leggermente farraginosi. Poi, improvvisamente, ‘Reverence’, il suo lungo intro, un’ispirazione dionisiaca che strizza l’occhio al demoniaco, e la band, in gergo cestistico, si allaccia le scarpe. Cambia passo, aumenta i giri del motore, il pubblico inizia a sognare. Sono i Jesus and Mary Chain che volevano tutti, ma a cui nessuno aveva il coraggio di credere. Jim Reid, sempre molto posato e ai limiti dell’atarassia, si trasforma in sacerdote della morte, con la sua ciclica autodistruttiva preghiera “I wanna die, I wanna die, I wanna die, I wanna die”. Un inespressivo veicolo emozionale che incanala verso il pubblico una dissacrante rabbia post-punk interiorizzata, simboleggiata dal curioso nome religioso della band. Esecuzione della madonna. ‘Psychocandy’ inizia, non ufficialmente, con l’ultima canzone prima della pausa: ‘Upside Down’. Il loro singolo di debutto cambia definitivamente le regole del concerto. William Reid, che non rinuncia al suo voluminoso taglio di capelli, si avvicina agli amplificatori per dar vita ad uno spettacolare muro sonoro fatto di feedback, mentre la voce di suo fratello Jim torna una timida ombra che prova a divincolarsi, assediata da un soverchiante inferno di chitarre. Finalmente piovono vibrazioni di fuoco sul pubblico. È uno dei momenti più alti del concerto, coinvolgente ai livelli dei migliori Primal Scream live, nonostante i volumi non propriamente da guerra. Pesano assai le esigenze di tutela del patrimonio storico di Piazza Castello, che impongono una certa moderazione agli amplificatori. La seconda parte del concerto è dedicata interamente a ‘Psychocandy’. Dalle algide atmosfere di ‘Just Like Honey’ alla fiabesca ‘Taste the Floor’, dalla rabbia di ‘Never Understand’ alla psichedelia di ‘You Trip Me Up’, i Jesus and Mary Chain hanno messo in scena uno spettacolo di intensissima confusione, volontaria e non. Tra false partenze della band (ben tre in totale), incertezze del batterista, amplificatori che friggono, impenetrabili muri di chitarra e masse sonore, la band scozzese ha regalato momenti di spettacolo, sempre in equilibrio fra amatoriale fallimento e onnipotenza shoegazer. ‘Something went wrong’, ma la Vita con la v maiuscola scorre ad istanti e ‘Reverence’ e ‘Upside Down’ sono state due mistiche apparizioni, due indimenticabili fate morgane di feedback e di ignorante violenza. I volumi non hanno permesso di trasformare ‘Psychocandy’ in un assordante bagno sonoro in cui immergersi pienamente, ma la sensazione è che gli indisciplinati Jesus and Mary Chain, quando hanno voglia di suonare, mandino gli altri a scuola. Ma questo non sempre succede.

Luca Bastianelli
@Vitellozzo

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