The Jesus Lizard @ Circolo degli Artisti [Roma, 21/Settembre/2009]

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Il primo giorno d’autunno. Ma in testa ho il sole torrido di Austin. Sempre il Texas ad illuminare l’hardcore sbilenco, demente, follemente punk degli Scratch Acid. Due dischi su piccole realtà locali dalle quali non prenderanno mai un centesimo. Ci penserà la Touch & Go, con un EP e una raccolta (nel booklet della quale è raccontata questa storia), a sistemare le cose e a indirizzare inevitabilmente il futuro sonico di David Yow e compagni nella nuova incarnazione The Jesus Lizard. Una base comunque importante dove far crescere i propri figli, i propri album, una base che viene ricordata per il solito onnivoro musicale Kurt Cobain, che in una celebre foto degli esordi (guarda) appare proprio con una shirt degli Scratch Acid.

Ma fu proprio il furente, insperato, velocissimo successo dei Nirvana (amalgama perfetta delle mille e una influenze spudorate, dichiarate, ibridate, della giovinezza del compianto leader biondo) ad adombrare e spingere in un angolo gruppi “superiori” come i Jesus Lizard. La storia molto spesso non è riconoscente, il tempo si. Ecco perchè oggi si tornano a celebrare le “lucertule”, ricordando sempre quanto elevata sia stata la caratura di David Yow, Duane Denison, David William Sims (date un occhio al suo interessante blog) e Mac McNeilly (che sostituì l’embrionale scelta della drum machine). La band delle titolazioni a quattro lettere. Pure, Head, Goat, Liar, Lash, Show, Down, Shot, Blue, Inch, Bang. L’essenzialità rivestita di primordialità e psicotica attitudine live. Una sorta di cabaret noise apocalittico, una festa orgiastica alla quale invitare i Birthday Party, i Butthole Surfers e l’Iggy Pop più maniacale. Umori che rimangono intatti anche quando nella seconda metà degli anni ’90 avviene il lucroso passaggio alla Capitol. I Jesus Lizard rimarranno anti-commerciali per scelta e genìa cromosomica.

Dieci anni dopo lo split. I Jesus Lizard colmano il vuoto. Azzerano vite postume, progetti paralleli, frenetiche collaborazioni. Vengono omaggiati dalle ristampe della Touch & Go (fuori il 6 ottobre, curate da Steve Albini e Bob Weston) e tornano a percuotere i sensi su di un palco. Il primo giorno d’autunno. L’umidità accompagna il lento ma inesorabile andirvieni che riempirà ben presto il locale. Ci siamo tutti. E c’è anche il gruppo posizionato in apertura. I marchigiani di Fano Edible Woman, trattati recentemente nell’analisi dello split con i Drink To Me (leggi), che in formazione triangolare (tranne che per una breve aggiunta di chitarra) non riescono però a ricreare fedelmente le ottime atmosfere prodotte su disco. Post hardcore “dischordante”, trascinante nei momenti (kraut) strumentali, zoppicante nell’acme del chaos (dis)organizzato. Nel complesso, comunque un ottimo set, di una band fortunatamente “viva”.

Faccio una pausa forzata e torno a casa. Quattro passi veloci tra marciapiedi maleodoranti di padroni maleducati e qualche pozzanghera di acqua lercia caduta qualche ora prima. Il tempo di una ninna-nanna improvvisata su due piedi e sono di nuovo nel catino ribollente. Mi muovo come un fantasma. David Yow ha una camicia scura a rigacce, lui che forse giovane non lo è mai stato, inizia zittendo e aizzando il pubblico al boato. Si diverte. Quando fuoriesce dagli amplificatori la forza d’urto (rimasta intatta) di ‘Puss’, la gente non riesce a rendersi conto che Yow sta già volando sulle loro teste. Il tempo, cazzo, non è passato! E’ furente, tagliente, dissonante, sgretolante, caotico, sfilacciato, punk, sudato, cazzuto, nervoso, generale. Il sound dei Jesus Lizard 2009. La camicia si apre ed ecco spuntare la pancetta flaccida che ballonzola ad ogni colpo di batteria. Duane Denison è imbiancato ma non ha perso nulla della sua chirurgica precisione chitarristica, Sims è piantato a terra come un boscaiolo di provincia, mentre McNeilly sputa, sbuffa e pesta nella sua apparente non precisione stilistica. Una bolgia. Un bagno di folla con i momenti clou coincisi con l’esecuzione di ‘Seasick’, pezzo tanto elementare quanto micidiale, e, soprattutto, di ‘Then Comes Dudley’, brano morboso e malsano come pochi. David Yow non manca di mostrare il culo al pubblico, mentre scorrono come rasoiate noise i classici che hanno fatto la storia del gruppo. Pescano da tutta la discografia (compresi gli EP ‘Lash’ e ‘Pure’) tralasciando, se non erro, il solo ultimo (dispensabile) album ‘Blue’.

Poco prima della consueta uscita dal palco, il gruppo mette in scena l’episodio forse più inatteso del concerto: si lancia infatti in una reiterazione noise ossessiva e prolungata, basata insistentemente su un’unica nota. Micidiali e cronometrici su degli schemi prestabiliti e solidissimi, si trovano in territorio sconosciuto quando si buttano sull’improvvisazione rumorosa. Il bis prevede l’esecuzione, fra le altre di ‘Monkey Trick’, dal capolavoro ‘Goat’. Alla fine David Yow si prodiga in numerosi e ripetuti “Grazie! Grazie! Grazie!” e si congeda con un bacio lanciato con la mano che, da uno come lui, ha un che di beffardo. Il primo giorno d’autunno. Eppure sembrava il primo giorno di scuola.

Emanuele Tamagnini

(Un ringraziamento speciale al “prontissimo” Eugenio Zazzara)

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