The Horrors @ Circolo degli Artisti [Roma, 18/Novembre/2009]

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A giudicare dal sold out e dalla gente rimasta fuori dai cancelli, attesissimi. Quindi scriviamolo: più che atteso ritorno per gli Horrors, ultragiovane gruppo dall’orientale contea dell’Essex, già ospitati fra queste mura ai tempi dell’esordio fuzztonesiano di ‘Strange House’. Chi assistette a quell’esibizione – io non c’ero – la descrisse prendendone le distanze come da una caffettiera sporca e bruciacchiata: un live deludente, gonfiato, penoso. E per loro c’era una sola definizione: scioccamente, drammaticamente sopravvalutati – eppure eravate state avvertiti, avrà mugugnato qualcuno fra gli addetti ai lavori. Ricordo persino di una ragazza che, più tardi, sigaretta stretta fra due dita alzate in segno di resa, sentenziò: “Gli Horrors sono finiti”. Ma la storia a volte prende altre pieghe. Perché quest’anno, a sorpresa, ci siamo trovati fra le mani un ottimo seguito del pur piacevole (parere mio, ma ho vent’anni e non conta) primo “passo falso”. ‘Primary Colours’, se ascoltato con la giusta diligenza, certamente svela l’enorme salto compiuto da questi cinque ragazzi, passati da un garage rock piuttosto derivativo (seppure, ripeto, non privo di fascino), a una strana alchimia di suoni e riverberi, atmosfere dark e echi kraut. La prima parte del set è dedicata esclusivamente a brani di quest’album. ‘Mirror’s Image’, ‘Three Decades’, risaltate da un tutto tranne che modesto gioco di luci, per passare agli splendidi singoli (datemi retta, dal vivo rendono più che su MTV) ‘Who Can Say’ e ‘Sea Within The Sea’. Il suono è denso, ogni strumento pare avere il suo peso adeguato, anche i campionamenti sono quasi sempre azzeccati. Ma la cosa più sorprendente è la voce: secca, baritonale, da brivido. Passata attraverso un pesante riverbero che ne accentua gravità e ombre. Il bis, a sorpresa, è aperto da una cover che fa affilare le orecchie: ‘Ghost Rider’ dei newyorchesi Suicide. Gli ultimi tre brani tolgono le catene alle prime file, ‘Count In Five’, ‘Sheena Is A Parasite’ e ‘Gloves’, inghiottite dal ballo gomito-guancia da routine ma mai impersonale. Tipo strano il cantante, coi suoi due metri e il viso a fagiolo coperto da una matassa nero corvino. Per certi versi ricorda quello stangone epilettico dei Joy qualcosa, com’è che si chiamava? Ma non ci sono pose da teen idols per loro, né da indie rocker, anzi probabilmente è stato proprio qui il grande equivoco. Scambiare gli Horrors per l’ennesimo e inopportuno gruppetto destinato a sparire nella serra asfissiante del indie “soffro-d’acne” rock britannico. Stasera sono apparsi tutt’altro: coerenti e autentici, saggi nel dividersi il palco, abbastanza maturi per non essere più considerati dei ragazzini. Malgrado il pelo sulle guance non si veda ancora.

Filippo Bizzaglia